Lo scrittore di provincia ammirato dai più grandi

Nato a Fabbriche di Vallico, per trent’anni guardia giurata, ha esordito nel 1983 Non ha mai voluto andar via da Lucca: «Se un autore lascia la sua terra si esaurisce»

Ci sono persone che appartengono a un luogo. E luoghi che fanno il destino. Il destino di Vincenzo Pardini, scrittore e giornalista, è fatto di un luogo e di un destino. Quel luogo è Lucca. E quel destino lo racconta lui con una voce che è ondeggiare flemmatico e gioioso, due occhi che sono spilli e i baffi ispidi, di un bianco dai contorni rossicci. «Il mio - spiega - è un destino da scrittore di provincia». Sarebbe da correggerlo, dirgli: più che di provincia, scrittore che pubblica con grandi editori - Mondadori, Bompiani, Giunti e adesso Il Saggiatore, che l’anno scorso ha dato forma allo struggente “Grande secolo d’oro e di dolore” ambientato in Garfagnana - e che ha deciso di rimanere a Lucca. Ma sarebbe inutile. Perché Pardini, esattamente come i suoi personaggi, e ancor di più come la sua lingua che si arrampica nel passato e cerca di restituire vita a parole ormai dimenticate, è ruvido, testardo, incantevole.

Quando parla, Pardini apre porte: ti dice della Valle del Serchio, della lettura, della scrittura. Ti disvela il suo mondo. E comincia dall’inizio: «Sono nato a Fabbriche di Vallico, nel 1950, e poi sono venuto con i miei genitori a vivere nella periferia di Lucca. Qui ho seguito la scuola, la normale prassi di tutti gli esseri umani. Ricordo la mia maestra di San Lorenzo a Vaccoli, il pomeriggio leggeva Pinocchio. E lì iniziò la mia insofferenza. Mi piaceva molto la storia, però dicevo: ma come si fa a raccontare una storia così? E così cominciai, volevo farlo anche io. Quando scrivevo i pensierini e i temi, iniziai a metterci delle cose un po’ strane, e le maestre dicevano: perché fai queste cose? Andavo sempre fuori tema. Eppure, stavo impossessandomi di quello che sapevo mi sarebbe servito. Stavo conoscendo la scrittura. E la scrittura mi è venuta incontro. Ho svolto il ruolo di scrittore con naturalezza. Poi sono iniziate le difficoltà: c’è una grande differenza fra lo scrivere per noi stessi, e lo scrivere per il pubblico. Così è nato il bisogno di trovare uno stile, e i pomeriggi dell’adolescenza investiti alla scrivania mentre i miei coetanei andavano a divertirsi».

Prende così corpo la raccolta di racconti “Il Falco d’Oro”, pubblicata nel 1983. E poi il nome di Pardini comincia a circolare. Lo cercano Alberto Moravia, Enzo Siciliano, Natalia Ginzburg. «Mi dicevano di andare a Roma. Ma io dovevo lavorare, perché la scrittura non poteva essere l’unico sostentamento, e non volevo lasciare la mia città». La voce si ferma. «Sai che cosa mi diceva Mario Tobino?«. No, non lo so. «Mi diceva è bello rimanere in trincea. E allora io sono rimasto, poi gli anni sono passati e sono arrivato a questo punto». Un punto che è quello dello scrittore affermato, che rifiuta - con una forza altalenante, e solo a tratti consapevole - il mondo. Il mondo della città. Il mondo del caos. Il mondo editoriale.Il mondo del giornalismo. «Non lo so se ho sbagliato, se non ho sbagliato. Uno scrittore racconta la sua terra. Anton Cechov diceva che per scrivere bene un racconto, bisogna conoscere la stanza dove si abita. E per me, già il sentirmi lontano dal paese dove sono cresciuto, mi ha fatto sentire sradicato. Se uno scrittore abbandona la sua terra, a lungo andare si esaurisce».

Pardini parla degli animali - cifra ricorrente dei suoi romanzi, penso a “Il viaggio dell’orsa” uscito nel 2011 per Fandango -, accenna al romanzo di cui sta scrivendo, apparecchia per me il suo mondo, ma quando gli chiedo com’è, questo mondo, si azzittisce. «Non lo so neanche io, com’è. Il mondo si disvela ogni giorno, fra pensieri, incontri, visioni. Incontri la faccia di una donna, di un amico, di un anziano. Se hai una storia triste che ti fa stare male. Se vedi una fotografia che ti riporta al passato. Non c’è un mondo fisso, continuo, altrimenti sarebbe tutto antipatico«. Come antipatici ritiene molti libri di oggi («un orrendo montaggio di parole«), chi scrive a tesi («bisogna lasciarsi guidare dalle storie») e chi lo fa senza ricordarsi che questo è un lavoro di artigianato a volte doloroso («la scrittura è sofferenza, ci si diverte scrivendo slogan pubblicitari, non un romanzo»). Poi mi racconta di Lucca: «Io vivevo la Lucca di notte, perché per trent’anni ho fatto la guardia giurata. Era una Lucca con tre, quattro delinquentelli che sapevi benissimo chi fossero. Ora è una Lucca silenziosa, ma molto più violenta. Guardo Lucca e soffro perché Lucca è diventata una città da mungere, inzuppata nel suo provincialismo, ignorante. Non c’è il senso della cultura. A questa città manca un anello. Funzionano il Summer Festival, i Comics, ma Giacomo Puccini è abbandonato, non funziona Enrico Pea, né Arrigo Benedetti. Credo che i lucchesi non li abbiano mai letti. Credo che non abbiano mai letto neanche Mario Tobino. Lucca è una piccola capitale di invidia. Il lucchese non perdona mai la persona che va fuori dalle Mura. Quando partecipai al Premio Strega, la storica organizzatrice Anna Maria Rimoaldi mi disse: perché tutti i sindaci delle altre città hanno mandato una lettera, e il sindaco di Lucca no?». Eppure - mi confida, con la voce che diventa delicata - a lui Lucca piace: «Di notte è un incantesimo, che si declina nelle corti e nelle piazze. Ora vivo a Stabbiano, ma ogni volta mi fa innamorare. Sa, ora sono in pensione, lavoro la terra. Quest’anno l’orto non l’ho fatto perché da un paio d’anni, non so perché, non è più venuto. Scrivo, quando ho qualcosa nella testa. Leggo, soprattutto. Ma mai libri di attualità. E poi guardo fuori dalla finestra». E che cosa vede? «Vedo il bosco, e vedo gli alberi, vedo qualche capriolo, ho intravisto tre lupi. Vedo la volpe. Vedo i cinghiali. Vedo più animali, che persone. E mi sta bene così».