LUCCA. Era lì, dimenticato su una sedia in plastica accanto all’aula dibattimentale numero 1 del tribunale Galli Tassi. Un borsello in pelle lasciato da un avvocato troppo preso nel discutere una causa penale. Al suo interno c’erano, oltre a fascicoli e codici, documenti e soprattutto soldi: 900 euro in contanti, assegni circolari e bancari per complessivi cinquemila euro. Erano le 14 e a quell’ora i processi si erano conclusi e chiunque avrebbe potuto impossessarsi di quella tracolla. Anche malintenzionati che avrebbero potuto farla sparire e con essa, soprattutto, il suo contenuto. Ma l’avvocato lucchese ha avuto la fortuna che a trovare il suo borsello in pelle fosse l’autista del tribunale di Lucca: Lorenzo Manfredini, 54 anni e mezzo, residente a San Pietro a Vico, una figura storica del palazzo di Giustizia.
Il racconto. Inizialmente l’autista si è avvicinato al borsa da uomo con molta prudenza: «Dopo quanto si è verificato al tribunale di Milano un anno fa - racconta Manfredini - ci hanno chiesto di fare molta attenzione. Quel borsello lasciato incustodito su una sedia mi ha lasciato un po’ sorpreso. E così, con estrema cautela e usando un oggetto per aprire la borsa da uomo, ho notato che all’interno assieme ai fogli e ai documenti c’era del denaro. Molto. Circa novecento euro in contanti e poi diversi assegni. Non ho esitato un minuto. Ho preso per i manici il borsello e mi sono diretto al piano superiore dove si trova l’ufficio del dirigente del persone amministrativo, Giuseppe Farinella. L’ho consegnato a lui e abbiamo notato che all’interno c’erano dei documenti che, probabilmente, appartenevano al proprietario: un avvocato del foro di Lucca».
Uscendo per tornare a casa, Manfredini - notissimo collezionista lucchese che possiede migliaia di bicchieri di vario tipo ed insegne di ogni epoca storica - si è imbattuto in un legale che stava correndo in direzione del palazzo di Giustizia. Era il proprietario del borsello. «Mi ha chiesto se avevo visto da qualche parte la borsa in pelle e gli ho detto di averla trovata e consegnata al mio dirigente».
Un gesto normale. Manfredini non si aspetta alcuna ricompensa: «Ho fatto soltanto quello che ogni persona dovrebbe fare. Essere onesto e avere coscienza civica. Quella borsa e quei soldi non li avevo guadagnati io e andavano riconsegnati. Non c’è niente di eroico o di speciale in quello che ho fatto. È tutto normale. Sono un dipendente dello Stato e spesso l’opinione, a volte anche a ragione, ci dipinge come scansafatiche o persone poco affidabili. Sono luoghi comuni che penso con il mio gesto di aver sfatato».
