Paura amianto, ammalati 3 dipendenti Asl

Dopo i due caldaisti di Maggiano già deceduti emergono altri casi: «Noi controllati in ritardo»

LUCCA. Esposizioni all'amianto, è un vaso di Pandora: oltre ai due cugini deceduti ci sono altri tre dipendenti Asl affetti da asbestosi polmonare.

Qualche giorno fa vi abbiamo raccontato dei maxi risarcimenti (oltre 800mila euro a testa) chiesti dagli eredi di due ex caldaisti del manicomio di Maggiano, morti nel 2013 e nel 2014 per tumore della pleura e fibrosi polmonare. Entrambe le malattie erano dovute all’esposizione all’amianto.

Ora si scopre che non si è trattato di casi isolati: dopo l'articolo siamo stati contattai da due dipendenti dell'Asl ancora in servizio che in passato hanno lavorato come caldaisti in diverse strutture dell'azienda sanitaria e che per questa loro attività hanno sviluppato patologie correlate all'inalazione di fibre di amianto. Tant'è che dopo la denuncia della Medicina del lavoro, l'Inail ha riconosciuto loro 4 e 5 punti di malattia professionale. Entrambi sono inseriti in un percorso di sorveglianza sanitaria utile a monitorare l’evoluzione delle loro condizioni di salute.

Uno è Roberto Tognetti, 58 anni, attualmente elettricista dell’Asl. Dall’89 al ’93 ha lavorato come caldaista all’ospedale del Campo di Marte. «Eravamo 8 operai – racconta - divisi su quattro turni da due persone. Io per fortuna ho lavorato come addetto alle caldaie solo quattro anni, Poi, nel ’93, arrivò l’Agip Abruzzo e gli impianti a pressione, in cui l’amianto era parecchio presente, furono dismessi». L’amianto, sotto forma di tessuto avvolto in rotoli o sotto forma di cartoni, era usato quotidianamente dai caldaisti: veniva tagliato con le forbici per allestire le nuove guarnizioni degli impianti. Il tutto senza alcuna protezione per le vie respiratorie. Quei quattro anni hanno lasciato un segno profondo sulla salute (in particolare sui polmoni)« di Tognetti: asbestosi polmonare con ispessimenti pleurici. Così recita la pratica dell’Inail in cui gli vengono riconosciuti cinque punti di malattia professionali (che però sono troppo pochi per ottenere un indennizzo). «Al momento mi sento bene – dice Tognetti – Ci fanno fare una Tac una volta l’anno e per fortuna i miei noduli non sono cresciuti. Certo, sapere di essere a rischio non è una bella cosa, ma almeno ora siamo controllati».

«È come vivere con una pistola puntata alla testa», gli fa eco un collega di 7 anni più grande, anche lui ex caldaista al sanatorio di Carignano (anni ’80) e poi al Campo di Marte fino al ’93. Non vuole che il suo nome sia reso pubblico, ma ci racconta di essere sottoposto allo stesso percorso di sorveglianza sanitaria. Pure lui soffre di asbestosi polmonare e l’Inail gli ha riconosciuto 4 punti di malattia professionale. C’è una cosa, però, che non gli va giù in tutta questa vicenda: il ritardo con cui sono stati messi sotto tutela sanitaria: «Le caldaie del Campo di Marte sono state smontate nel ’93 – racconta – Già all’epoca si sapeva che l’amianto era molto pericoloso, tant’è che furono adottate speciali misure di sicurezza per smaltirle. Nessuno, però, si preoccupò della salute di chi per anni aveva lavorato a contatto con quel materiale. Solo 10 anni dopo (nel 2003), dopo che il problema fu sollevato da alcuni di noi di fronte ai medici della Medicina del lavoro, fummo inseriti in un protocollo di sorveglianza. Poi arrivarono le morti dei nostri due colleghi e a quel punto i controlli si intensificarono: ci rivoltarono come calzini e partirono le denunce all’Inail per il riconoscimento della malattia professionale. Faccio una semplice domanda: perché tutto questo non è stato fatto dieci anni prima? Avrebbero tutelato meglio la nostra salute e quella dei colleghi più anziani che erano già andati in pensione. Compresi quelli morti: forse non li avrebbero salvati, ma magari andavano in pensione prima. Insomma, c’è stato un colpevole ritardo: la nocività dell’amianto era nota, ma qualche dirigente ha fatto finta di niente e ora noi paghiamo le conseguenze». C’è anche un terzo dipendente dell’Asl che ha lavorato come caldaista sviluppando un’analoga patologia polmonare. Al momento nessuno ha fatto una richiesta di risarcimento danni come gli eredi dei due caldaisti morti. Ma potrebbero esserci novità.