Meningite, la lettera-verità di Cristiano: «Il mio grazie a chi ha deciso di vaccinarsi»

Cristiano Giannessi insieme a un suo parente dopo il risveglio dal coma

Il trentenne di Chiesina Uzzanese racconta la sua lotta contro la malattia e rinnova il suo impegno nella battaglia per la vaccinazione

LUCCA. «Quando mi veniva consigliato di fare il vaccino rispondevo: “Grande e grosso come sono secondo voi prendo la meningite?” Eppure è stato così ed essere ancora qui insieme a voi è un vero miracolo». Cristiano Giannessi, 30 anni ancora da compiere, da qualche giorno si è liberato di quei paurosi monitor e tubicini, è stato dimesso dall’ospedale San Luca ed è tornato nella sua casa di Chiesina Uzzanese: è riuscito a vincere la sua battaglia contro la meningite C ma non riesce a smettere di pensare a ciò che ha vissuto, a quanto ha sofferto ma anche a quanto sia stato fortunato.

Perché è così che si sente Cristiano, diventato in questi giorni il simbolo di una efficace campagna di sensibilizzazione pro-vaccino: in centinaia hanno scritto sulla sua bacheca Facebook dicendo di aver accolto il suo appello alla vaccinazione, di essere appena stati in ambulatorio a farlo o di averlo prenotato in farmacia. Cristiano ha deciso di condividere le sue sofferenze col mondo, di raccontare nei minimi dettagli cosa succede quando ci si prende la meningite, dei dolori lancinanti che questa malattia ti fa provare, di quanto sia difficile da riconoscere.

È stato coraggioso proprio perché ha avuto la forza di ammettere le sue paure, paure che non vorrebbe mai che qualcun altro fosse costretto a vivere. È per questo che ci ha scritto una lettera, perché lui la meningite l’ha sconfitta ma non se la scorderà mai e la sua campagna a sostegno della vaccinazione è appena cominciata. Anzi, ha voglia di urlare a squarciagola quanto quella notte in cui ha chiamato la mamma dicendole che non respirava, perché l’unico modo per provare a contrastare questa subdola e per questo ancor più spaventosa malattia è quello di fare il vaccino. Nella sua mente il nitido ricordo di quando ha accusato i primi sintomi.

La notte, le urla, il dolore. È il 23 gennaio, è notte e Cristiano ha la febbre da diverse ore ma pensa che sia l’influenza e che passerà presto. «È una serata strana - racconta nella lettera - stanno lavorando alla centrale elettrica del paese e salta spesso la luce, l'ultima volta va via per quasi un’ora, poco male tanto non sto bene. Cerco di addormentarmi ma non ci riesco, decido di accendere la luce della stanza, non so perché si accende, per fortuna è tornata. Mi scopro, tiro su il pigiama per grattarmi la gamba e vedo delle strane macchie bluastre, sono le 23.40. Questo è il primo evento fortunato di tutta la storia, pensate potevo accendere la luce quando questa non era ancora tornata, oppure semplicemente grattarmi senza scoprirmi o senza guardare la gamba, non mi sarei accorto delle petecchie». A quel punto Cristiano inizia ad allarmarsi anche se non ha ancora idea di cosa si tratti. Sempre il caso ha voluto che quella sera la madre fosse rimasta a dormire a casa con lui. «Mi alzo e sveglio mia mamma che sta dormendo nella stanza accanto - scrive ancora Cristiano - “Mamma vieni qua, c'è qualcosa che non va. Non sto bene e mi sono venute delle strane macchie”, le dico e lei risponde “Fa vedere, ma come ti senti?” e io “Male mamma, non riesco a respirare, chiama un’ambulanza”. Alla fine raggiungiamo il pronto soccorso di Pescia, il viaggio mi è sembrato interminabile. Mia madre ci seguiva in auto».

La corsa al pronto soccorso. Da questo momento in poi le condizioni di salute di Cristiano cominceranno a peggiorare in fretta fino allo stato di incoscienza. E l’incontro con «un medico con la coda», Francesco Tola, si rivelerà cruciale. «Arriviamo al pronto soccorso di Pescia intorno alle 00.40. In sala di attesa ci sono mia madre Cinzia e mia sorella Valentina, chiedono informazioni. Poi all’1.15, non avendo ancora ricevuto notizie sulla mia condizione, decidono di entrare - racconta ancora Cristiano nella sua lettera - si accorgono subito che la mia condizione era peggiorata, dal momento che avvinghiato su me stesso gridavo “Non ce la faccio più, aiutatemi, sto male”. Da quanto riferiscono i familiari non ero più in grado di riconoscerli e da qui capiscono che la condizione era drammatica. Dopo la visita il medico decide di farmi il prelievo lombare e, prima di ricevere i risultati dell'analisi del liquor che risulta già al prelievo lievemente torbido, decide di somministrarmi l'antibiotico per la meningite C. Ecco l’altro evento fortunato, la somministrazione dell'antibiotico è stata provvidenziale, un ritardo anche di poche decine di minuti avrebbe potuto far aggravare la situazione. Alle ore 04:22 arrivano i risultati del prelievo, è meningite C, vengo quindi trasferito all'ospedale San Luca di Lucca dove arriviamo alle 6 circa». Da questo momento per Cristiano inizia il buio vero, quello del coma farmacologico durante il quale vengono effettuate le terapie previste in questi casi.

La lotta per la vita. «Durante i primi giorni di coma i medici non si sbilanciano sulla prognosi - scrive ancora Cristiano - la situazione continua a essere gravissima e delicata e le notizie sono frammentarie. Poi il miglioramento e martedì 19 gennaio mi sveglio naturalmente. Da questo momento i ricordi ripartono. Una dottoressa mi comunica che ho avuto la meningite e che ho dormito per qualche giorno, poi mi riaddormento e quando mi sveglio vedo intorno a me i miei familiari. Vengo a sapere che non mi hanno mai abbandonato. Sono confuso ma capisco, capisco che ho rischiato di morire, ma dobbiamo essere positivi e continuare a essere forti, da questa situazione possiamo uscirci».

Per Cristiano è come nascere una seconda volta: i risultati delle prime analisi sono buoni, non ci sono gravi conseguenze e il recupero sembra proseguire senza intoppi. Fino a che la meningite non torna metterci lo zampino. «Nella tarda mattinata di sabato 23 gennaio mi sento strano - racconta il giovane - ho caldo, sudo: “Chiamate un dottore, non respiro più”. Mi vengono subito prestate le cure necessarie con una velocità e una competenza che ha dell'incredibile, vengo stabilizzato. Fortunatamente anche questa volta le cose sono andate bene. Per tutta quella giornata rimango spaventato, non so darmi una spiegazione, ho paura che possa ripetersi, ho paura di morire. Accanto a me ancora una volta i familiari».

Il cane di Cristiano festeggia il suo ritorno a casa

La luce di casa. Invece le cose cominciano davvero ad andare per il verso giusto e Cristiano ha voglia di rimettersi in moto. «Nel pomeriggio di lunedì 25 vengo trasferito nel reparto di malattie infettive - scrive il giovane - trascorre qualche ora ma non resisto, voglio provare ad alzarmi dal letto, voglio provare a camminare e so che posso farcela. Così mi alzo e muovo i primi passi intorno al letto. Che sensazione strana, mi sembra di aver corso per chilometri e invece ho fatto solo pochi metri ma sono soddisfatto e commosso. Per tutta la settimana continuo a camminare nella stanza, i passi si fanno sempre più stabili e veloci, riesco a farmi la doccia da solo, sono sempre più lucido». È arrivato il momento per il leone-Cristiano, di tornare a casa.

Cristiano Giannessi insieme alla sorella Valentina

Non voglio che succeda anche a voi. «Durante tutta questa avventura ho sentito la vicinanza e l'amore in primis dei miei familiari a cui va un ringraziamento particolare. Ogni giorno ricevo decine di messaggi da persone che hanno fatto il vaccino dopo essere venuti a conoscenza della mia storia e ciò mi rende ancora più felice e determinato ad andare avanti in questa battaglia. Non vale la pena rischiare di morire per un vaccino non fatto, perché è proprio così di meningite C si può morire. Questa esperienza mi ha aiutato a capire che la vita va assaporata ogni giorno. Non abbiate paura a dire “ti voglio bene”, circondatevi di persone che vi rendano felici, e ricordatevi che non vale la pena vivere sempre a 100 all'ora, a volte è meglio avere in tasca 200 euro in meno in fondo al mese, ma dedicare più tempo a noi stessi e alle persone che ci vogliono bene».