Bufale e leggende 2.0: per lo studio dell’Imt confutarle è inutile

La sede del campus Imt

Lucca: la ricerca dell’Istituto Alti Studi pubblicata in tutto il mondo, e il Washington Post decide di sospendere la sua rubrica

LUCCA. Dalle scie chimiche al finto allunaggio, dai presunti complotti per il dominio del mondo alla mitica “legge Cirenga”, la disinformazione corre sul web, e riuscire a fermarla è quasi impossibile. Sono la versione 2.0 delle vecchie leggende metropolitane che, attraverso i social, hanno trovato una diffusione senza precedenti, permettendo di arrivare là, direttamente, ai soggetti più disposti ad accettare le teorie più strampalate, e a prendere per vere anche le notizie dichiaratamente false pubblicate da siti nati per far sorridere. Lo stato delle cose, e le possibili soluzioni sono state al centro di una ricerca condotta da un gruppo di lavoro dell’Imt Alti Studi di Lucca.

Una ricerca che parte da una considerazione amara: bufale e disinformazione su Internet? Inutile confutarle. Meglio – secondo i ricercatori – cercare di prevedere quale area di utenza una data notizia falsa colpirà, e capire il perché. Queste le conclusioni cui è arrivato il team del “CssLab” (Laboratorio di scienza sociale computazionale) dell’Imt, a capo della quale si trova Walter Quattrociocchi, coadiuvato da Guido Caldarelli, Fabiana Zollo e Michela Del Vicario.

Il capo del team di ricercatori Walter Quattrociocchi

Uno studio che si è immediatamente imposto a livello internazionale. Secondo la ricerca guidata da Quattrociocchi (recentemente pubblicata online dal “Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America”, e ripresa dal Washington Post, dal britannico Daily Mail e dal tedesco Der Spiegel e da altre testate online internazionali), coloro che credono a teorie complottiste e bufale tendono a seguire sempre gli stessi modelli di comportamento online, indipendentemente dal loro argomento. Insomma, chi crede ai complotti, continuerà nella ricerca esclusiva di ciò che conferma l'idea di cui già è convinto. Inutile, quindi, tentare la strada del così detto debunking, ovvero il tentativo di smontare cospirazioni 2.0 e notizie false.

Pare più utile, invece, cercare di prevedere quali aree di utenza andranno a colpirebufale e macchinazioni, e influenzare, per intervenire o, ancor meglio, prevenire, in maniera mirata. Prevedere queste situazioni non è facile, ma il team del CssLab di Imt, attraverso una massiccia analisi quantitativa dei dati che i ricercatori raccolgono sui social (e su Facebook in particolare), può arrivare a creare un modello matematico sulla diffusione delle informazioni molto accurato.

Non è un caso che lo studio del team guidato da Quattrociocchi abbia ottenuto tanto successo. La disinformazione che si diffonde online, infatti, è considerata un problema di primaria importanza per la società contemporanea. Motivo per cui anche il World Economic Forum ha espresso molto interesse sul lavoro svolto dai ricercatori della scuola.

Non è la prima volta che una ricerca del CssLab si impone al livello internazionale, uscendo per di più dall’ambito eminentemente accademico. In ottobre, lo studio dal titolo “Debunking in a world of tribes” (“Fare debunking in un mondo fatto di tribù”), spiegazione scientifica sul perché il debunking serve a poco, aveva portato il Washington Post a sospendere la rubrica settimanale “What was fake this week” (“Cosa era falso questa settimana”), curata dalla giornalista americana Caitlin Dewey (la quale aveva dedicato un articolo allo studio pubblicato dal team di Imt).