Colpo al Conad, l’agente-giallista confessa: ne avevo bisogno

Daniele Trubiano e la pistola d'ordinanza usata durante la rapina

Lucca, ha agito con la pistola d'ordinanza caricata con proiettili diversi per non farsi riconoscere. Sconcertati i colleghi

LUCCA. La felicità degli agenti per la cattura di un rapinatore nell’arco di venti minuti si trasforma in profonda amarezza. Perché quel bandito con il volto travisato da un passamontagne che aveva minacciato con la rivoltella clienti e dipendenti di un supermarket arraffando l’incasso (3390 euro) e cercando la fuga è uno di loro. Daniele Trubiano, 50 anni a dicembre, un poliziotto con più di 30 anni di servizio. E non è un agente qualunque. È un servitore dello Stato che lavora da 20 anni alla Digos e all’anticrimine di Pisa, che ha svolto delicate indagini su anarchici e terroristi e che si cimenta, con un certo successo, nella scrittura pubblicando romanzi di genere poliziesco tra il noir e il comico. Uno «sbirro» stimato e quasi venerato da tanti giovani colleghi. Restano senza parole i ragazzi della volante che avevano caricato il malvivente sull’auto di servizio e portato in questura e il commissario Leonardo Leone, uno che in carriera ne ha viste tante, nello scoprire tra gli effetti personali dell’autore della rapina, rimasto sempre in silenzio durante il tragitto, il tesserino della polizia. Come può una persona che credeva profondamente nel suo lavoro, che lo aveva scelto negli anni Ottanta coronando un sogno, tradire gli ideali di una vita e passare dall’altra parte della barricata? È l’angosciante interrogativo che si pongono i suoi colleghi che stanno scandagliando nella sua vita.

Indebitato. Tre parole, le uniche pronunciate a un collega della Digos, che la dicono lunga sul movente della rapina: «Ne avevo bisogno». Dunque, il poliziotto-scrittore diventa un volgare rapinatore per necessità. Per motivi economici, per soldi. La squadra Mobile di Lucca, diretta dal commissario Silvia Cascino, sta controllando i conti correnti dell’assistente capo per verificare i movimenti bancari. Debiti di gioco? Mutui contratti e diventati impossibili da restituire? Una vittima dei cravattari? Per il momento soltanto ipotesi. Come restano un’ipotesi quella che la rapina alla Conad di S. Alessio sia l’unica compiuta dall’ormai ex poliziotto che il questore di Pisa ha già provveduto a sospendere dal servizio. Il controllo effettuato, sotto la direzione della procura, negli ultimi dieci giorni ha dato esito negativo. Ma Trubiano negli ultimi tempi aveva palesato una certa inquietudine collezionando giorni di malattia per lui, stakanovista e in perfetta forma fisica, decisamente inconsueti. Gli inquirenti vogliono capire se in quei giorni il poliziotto possa aver compiuto altri colpi.

La pistola d’ordinanza. Si sentiva sicuro di sè come in un delirio di onnipotenza il superpoliziotto tanto da usare la sua macchina (una Chrysler Voyager Touring) e la sua pistola d’ordinanza (la Beretta 92sb) per fare la rapina. Unico accorgimento: quattro proiettili calibro 9x21 nel caricatore più lunghi rispetto a quelli del revolver d’ordinanza (calibro 9x19). Con la possibilità di sparare un solo colpo prima che la rivoltella s’inceppasse. Ma con la certezza, nel caso, che il proiettile ritrovato dagli inquirenti non potesse essere ricondotto in alcun modo all’arma in dotazione alla polizia.

Gli eroi del quotidiano. Sono Simone Romani e Stefano Tolaini, cassieri alla Conad, e un immigrato ghanese, Akuoko Collins che senza farsi troppe domande e con una buona dose di sangue freddo mista ad incoscienza hanno inseguito alle 20 di lunedì sera il bandito armato di pistola una volta fattosi riempire lo zaino celeste del denaro delle casse. «Pensavamo che il revolver fosse scarico perché l’ha puntato tre volte voltandosi verso di noi mentre fuggiva senza mai sparare» dicono restando di sale quando vengono informati che a compiere quella rapina è stato un poliziotto e che l’arma era vera. E ai tre l’altra sera si era unito anche un passante in bicicletta.

Colto di sorpresa. Proprio quella reazione inattesa ha segnato la fine di Trubiano. La macchina era lì a poche decine di metri. Ma ha cercato un’altra via di fuga. Troppo alto, per correrlo, il rischio che chi lo inseguiva prendesse il numero di targa dal quale si sarebbe risaliti a lui. Ha scarrellato anche l’arma inserendo il colpo in canna nel tentativo di dissuadere chi lo seguiva. Ma è stato inutile. E di campi o boschi vicini per dileguarsi e poi ritornare a notte fonde per riprendersi la vettura neanche l’ombra. Ma in fondo quando è stato bloccato ed è caduto a terra ferendosi alla testa il poliziotto- giallista ha intuito la fine del suo incubo.