Carabiniere, il perché della condanna

Lucca, secondo l’indagine il ladro fu picchiato selvaggiamente (mentre era già ammanettato) e legato al collo con del filo metallico

LUCCA. Non si placa il clamore suscitato dal caso del carabiniere condannato per lesioni e obbligato a risarcire il danno al ladro sorpreso a rubare in un capannone, a sua volta condannato per il tentato furto. Mentre il presidente del Tribunale, Valentino Pezzuti, invita - come vediamo sotto - a evitare giudizi sommari e denigrazioni gratuite nei confronti dei magistrati, e soprattutto, a valutare sulla base della conoscenza degli atti, sul piano giudiziario è in via di preparazione l’appello nei confronti della sentenza di primo grado che ha condannato il carabiniere a sei mesi di reclusione (pena sospesa) e al pagamento di 7.500 euro complessivi come risarcimento danni. Il suo avvocato confida in un verdetto diverso in secondo grado sulla base di una lettura degli atti che ribalti quella che ha portato alla prima condanna.

I fatti. L’accaduto risale al 13 settembre 2011, quando una pattuglia di due carabinieri trova in un capannone un tunisino intento a rubare del rame. Con permesso di soggiorno, in difficoltà per essere rimasto senza lavoro - dirà poi a chi lo interroga -, sfrattato, è solito rifugiarsi in quel capannone dove già altre bande hanno rubato matasse di rame, estratto dai cavi elettrici. Il tunisino si accinge a fare altrettanto, ma i carabinieri lo sorprendono, lo arrestano e lo portano in caserma. Durante le procedure di arresto il fermato si sente male e viene chiamata un’ambulanza del 118, che porta il tunisino al pronto soccorso, ovviamente sotto scorta. Parlando con un carabiniere diverso da quello che lo ha arrestato, il fermato dice di essere stato selvaggiamente picchiato quando già era stato ammanettato, sotto la minaccia della pistola. Il carabiniere informa della cosa il comandante della stazione che si era occupata del caso e questi, a sua volta, decide di avvertire il comandante della Compagnia dell’epoca, che ritiene suo dovere informare la Procura.

Condannato il ladro. Il giorno dopo il fatto, l’arrestato viene giudicato per direttissima e condannato a 18 mesi di reclusione per il tentato furto. Ma il giorno dopo ancora, su richiesta del sostituto procuratore che segue la vicenda, viene anche ascoltato dai carabinieri della squadra di polizia giudiziaria. In quella sede il tunisino indica come suo legale l’avvocato Carlo Alessandro Vaira, che da quel momento lo segue in tutte le fasi del processo a carico del carabiniere. Un militare decorato per il suo lavoro anche in missioni all’estero, dove tra l’altro è stato ferito. Un soggetto modello, insomma, che però nel caso specifico, secondo le accuse, avrebbe ecceduto.

Il processo al carabiniere. Tanto che finisce sotto processo perché «colpendolo con calci e pugni e stringendogli attorno al collo un cavo elettrico - o comunque una corda - cagionava lesioni personali consistenti in “trauma cranico non commotivo, ematoma del collo, contusioni multiple e frattura della undicesima costola sinistra” guaribili in 20 giorni. Fatto aggravato dall’abuso dei poteri o dalla violazione dei doveri inerenti a un pubblica funzione, essendo stato commesso da un carabiniere nel corso dello svolgimento di attività consistenti nel controllo e nel successivo arresto» del ladro.

All’accusa si arriva anche sulla base dell’esito della perizia medico legale, che segue alle dichiarazioni del tunisino, il quale sostiene di essere stato colpito dal carabiniere quando già era stato ammanettato e anche trascinato con il cavo girato intorno al collo. Dalle dichiarazioni dell’imputato e del collega che era con lui al momento dell’arresto, emerge che i carabinieri cercavano di sapere dal fermato se c’erano altri complici, tanto che il secondo milite aveva lasciato l’arrestato con il collega per fare un giro di perlustrazione durato qualche minuto. Al processo l’imputato nega di aver colpito il fermato, sostenendo che questi aveva tentato di scappare con il cavo intorno al collo, dove l’aveva messo per poter sfilare meglio con un trincetto il silicone dall’interno in rame. Durante il dibattimento al collega dell’imputato viene chiesto se il fermato avesse opposto resistenza, ma la risposta è negativa.

La motivazione. Nella motivazione della sentenza di condanna, il giudice sostiene che c’è rispondenza tra il racconto delle percosse subite e le lesioni riscontrate già al pronto soccorso e poi valutate dal medico legale. Anche sulla base delle testimonianze, il giudice ritiene di ravvisare nel comportamento dell’imputato una ingiustificata condotta lesiva posta in atto dopo che il fermato era stato già immobilizzato, probabilmente nell’intento di indurre il ladro a indicare il nome di eventuali complici. Queste le risultanze del processo di primo grado. Ora la parola passerà al giudice d’appello.