Viaggio (e successi) di Puccini a Buenos Aires

Caricatura di Puccini

 LUCCA. Quello in Argentina fu il primo viaggio transoceanico di Giacomo Puccini. A indurlo a lasciare il suo amato ritiro di Torre Del Lago avevano concorso due incentivi importanti: l'apprezzamento degli argentini per l'opera italiana e, in particolare, per la sua musica, nonché l'invito caloroso rivoltogli, nell'aprile del 1905, dalla prestigiosa compagnia lirica Bonetti-Nardi a partecipare alla stagione del teatro dell'Opera dove, quell'anno, era prevista la rappresentazione di cinque suoi lavori. Inclusa la versione definitiva di Edgar che sarebbe andata in scena, per la prima volta, proprio a Buenos Aires. La compagnia Bonetti-Nardi si era inoltre impegnata a coprire le spese di viaggio sia per lui che per Elvira e a riconoscergli una generosa percentuale sugli incassi della stagione.  Il primo giugno del 1905, Giacomo e sua moglie partirono da Genova con il transatlantico Savoia. La signora, a causa del mare agitato, visse giornate da incubo mentre il maestro preferì ingannare il tempo sognando grandiose avventure di caccia nella Pampa argentina. Dopo una breve sosta a Montevideo, il 23 giugno la nave attraccò nel porto di Buenos Aires.  Nascosto fra la folla corsa a salutare Puccini c'era anche il pittore Ferruccio Pagni, l'ex grande amico del musicista emigrato in Argentina dopo un furibondo litigio con lui. Mancandogli il coraggio di avvicinarsi a Puccini, Ferruccio era scappato via senza neppure rendersi conto di essere stato riconosciuto dal direttore d'orchestra Leopoldo Mugnone che accompagnava il maestro in quell'avventura. Così, pochi giorni dopo - narra Lorenzo Viani in un racconto intitolato Silenzio, ho finito la "Bohéme"- l'affranto pittore si vide recapitare un biglietto in cui il vecchio compagno lo invitava a raggiungerlo al più presto. Ferruccio, ovvero "Ferro" come lo chiamava Puccini, lasciata Rosario dove aveva fondato un'accademia d'arte, tornò subito a Buenos Aires per riconciliarsi con lui. «Ce n'è voluto per scovarti, cinghiale della Pampa» gli disse Puccini appena lo vide e, da quel giorno, i due non si lasciarono più. Giacomo viveva allora in uno splendido appartamento messogli a disposizione dal quotidiano "La Prensa". Il tempo passava veloce fra feste, cerimonie, conviti e rappresentazioni teatrali. In una lettera a Giulio Ricordi del 24 giugno, il giorno antecedente all'ovazione riservatagli al termine de' "La Bohème", il maestro confessava di sentirsi confuso di fronte a tante manifestazioni d'affetto in previsione, anche, dei 72 banchetti programmati a cui avrebbe dovuto partecipare.  L'8 luglio Puccini assistette alla prima della versione definitiva di Edgar e fu un vero successo. Il 27 prese parte a un ricevimento organizzato dai lucchesi residenti in Argentina. Nel ritrovare alcuni compagni d'infanzia e nell'ascoltare il bel discorso di Costantino dal Poggetto - un tempo bizzarro ed energico giornalista de "L'impavido" lucchese - il compositore non riuscì a contenere la propria emozione. Seguito con attenzione dalla stampa, soprattutto dal settimanale "Caras y Caretas" ("Volti e Maschere") che commentava, con ironica ma rispettosa attenzione, ogni sua giornata, Puccini trovò il tempo anche per firmare una quantità enorme di cartoline la cui vendita era destinata a finanziare i soccorsi per le popolazioni argentine colpite da una terribile inondazione. Compose inoltre un inno per le scuole intitolato Dios y Patria (con parole di Matias Calandrelli, redattore de' "La Prensa"), riscoperto da Gustavo Gabriel Otero e Daniel Varacalli Costa mentre conducevano accurate ricerche per il libro Puccini en la Argentina, Junio-agosto de 1905 (edito nel 2006 dall'Istituto Italiano di Cultura de Buenos Aires e pubblicato in italiano, nel 2009, a cura di Simonetta Puccini). Fra un ricevimento e l'altro, Giacomo riuscì anche a imbracciare il fucile e, accompagnato da uno stuolo di amici e giornalisti, si dedicò a lunghe battute di caccia lontano dal fragore di Buenos Aires. La grande avventura argentina si concluse il 7 agosto con un sontuoso banchetto nel Salon Dorado del giornale "La Prensa" a cui parteciparono circa 120 invitati. Poi, dopo un breve soggiorno a Montevideo dove, il 16 agosto, partecipò a una sfortunata rappresentazione di Manon Lescaut al teatro Solis, il compositore s'imbarcò sulla nave Umbria per tornare in Italia già pregustando i silenzi di Torre del Lago mentre Elvira si rifugiava nella propria sontuosa cabina, mestamente rassegnata alle tribolazioni del mare.

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