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Rossano Rossi, segretario Cgil: "Perduti 4.000 posti. La povertà aumenta"

Secondo il sindacalista, la condizione per risalire la china è una ripartenza etica

Quattromila posti di lavoro perduti nel 2020 (con il blocco dei licenziamenti in atto) nel territorio provinciale e tante perplessità verso i contenuti del recovery plan, il piano con cui il governo progetta la ripresa dell’Italia. Per Rossano Rossi, segretario generale della Cgil provinciale, la festa del lavoro di quest’anno grida la necessità di ripensare i termini della ripartenza, che «non va messa nelle mani di chi si caratterizza con vecchi modelli di sviluppo».

Quali, a suo avviso, le aspettative insoddisfatte?

«La pandemia dovrebbe avere rimesso al centro l’impegno del lavoro: è grazie al lavoro che in questo ultimo anno l’Italia è andata avanti. La pandemia ha fatto riscoprire l’indispensabilità di lavori ritenuti “semplici”: dalla commessa al barelliere. Invece cosa è successo? Dopo un primo momento duro a marzo 2020, sembrava di ripartire con questo ragionamento. Ma passata la paura, si stanno riapplicando vecchie ricette. Non c’è un superamento delle disuguaglianze. Non sono contento del bilancio che possiamo fare per il Primo Maggio 2021. Non sono contento che il piano del governo elimini la quota cento per le pensioni».

Questa mattina la segretaria regionale Cgil Dalida Angelini sarà al San Luca: oltre che celebrare la festa, si vuole anche portare l’attenzione sulla sanità, in termini di lavoro?

«La sanità in Italia ha bisogno di più strumenti, più personale: anche sul nostro territorio. La cifra che il recovery plan destina alla sanità a livello nazionale è insufficiente. Invece gli investimenti nella sanità dovrebbero essere strutturali: è inaccettabili che nel 2020 ci sia stato un calo di cura di patologie oncologiche. Per quanto riguarda le riaperture, tengo a dire che per me c’è stata troppa fretta. Avrei aspettato qualche settimana in più: la pandemia è ancora in atto e i numeri sono ancora preoccupanti».

L’impatto economico della pandemia sul nostro territorio a più di un anno dall’inizio: qual è il suo bilancio?

«Secondo i dati più recenti di cui siamo in possesso, in provincia di Lucca nel 2020 si sono persi circa quattromila posti di lavoro, e dobbiamo considerare che è ancora in atto il blocco dei licenziamenti. La perdita di posti ha interessato più tipologie di lavoratori, in particolare artigiani e commercianti: si è trattato di uscite concordate. Molti lavoratori stagionali e a partita Iva non sono stati riconfermati. I salari dei lavoratori dipendenti sono calati in modo drastico: a livello nazionale di 39,2 miliardi in un anno. Questo contribuisce ad aumentare le disuguaglianze sociali e il numero di persone che vivono in regime di povertà. A fronte di questo quadro, c’è da dire che la media e grande industria in provincia di Lucca gode ottima salute ed è pronta per la ripartenza: è emerso dalla relazione della Camera di Commercio di Lucca pochi giorni fa».

Quali sono i settori più a rischio nell’immediato sul nostro territorio?

«Turismo, commercio, ristorazione: una parte degli esercizi che ha chiuso durante la zona rossa non riaprirà. Una parte aspetta lo sblocco dei licenziamenti. Tanti lavoratori dipendenti hanno già perso il lavoro e tanti lo perderanno. Ho nel cuore le proteste di tanti albergatori e commercianti. Ma sui ristori, dico che vengono calcolati in base al fatturato che viene denunciato dai singoli imprenditori. Non so se vinceremo la scommessa delle riaperture». Quale sarebbe invece il modello più giusto per la Cgil? «Prima di qualsiasi ripartenza dobbiamo vaccinare tutti, sospendiamo i brevetti. Se si vuol ripartire combattendo le giustizie, allora anche gli imprenditori devono cambiare registro, devono pensare a uno sviluppo che sia etico e sostenibile. Bisogna tornare indietro sui rischi innescati dal mercato selvaggio e dallo sfruttamento. Come sindacati, dobbiamo riconsiderare anche di tornare a mettere in piedi ipotesi di mobilitazione». — RIPRODUZIONE RISERVATA