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Lucca Mazzoni: «L’Eccellenza? Il colpevole è uno solo ma il Livorno è rinato ancora più forte»

Luca Mazzoni, 164 presenze con la maglia amaranto

Intervista alla bandiera amaranto, tornato a 37 anni a indossare la maglia della sua città. «Non si poteva restare a guardare» 

Alla voce “bandiere amaranto” c’è un posto riservato per Luca Mazzoni che – dopo due anni e mezzo di inattività per la nota squalifica – si è rimesso in gioco per il suo Livorno scrivendo una nuova pagina della sua personale storia d’amore con la maglia: «Una storia d’amore? Come definizione mi piace molto: è la verità, c’è ben poco da aggiungere».

Ricorda la prima volta che ha indossato la maglia del Livorno?


«Eccome no! Il presidente era Achilli. La partita? Campionato giovanissimi. Campo delle Sorgenti, avversario la Fiorentina. Avevo 12 anni. Responsabile del settore giovanile era Eolo Falorni, la prima persona in assoluto che mi volle portare nel Livorno. E dire che il primo anno preferii rimanere nel Pontino».

Oltre a Falorni chi deve ringraziare?

«Eolo fu fondamentale. Mi cercava l’Empoli: non morivo dalla voglia di andarci e lui mi aprì le porte amaranto. A lui aggiungo Renato Bellinelli, una persona eccezionale e il mister Roberto Franzon».

Con il Livorno ha debuttato in serie A. Che ricordi ha di quel giorno di maggio del 2005?

«Per quell’esordio devo ringraziare Donadoni, un’altra persona che è stata importante per la crescita del Livorno e mia personale. Quell’anno, il primo di A dopo 55 anni, stetti tutti il campionato in prima squadra. E che squadra! Era inevitabile crescere perché era fortissima e aveva uno staff tecnici di altissimo livello».

Veniamo a quel giorno...

«Mister Donadoni non mi disse nulla finché non fummo a Messina. Il sabato sera mi chiamò da parte e mi disse che avrei debuttato infischiandosene di un piccolo problema burocratico».

Vale a dire?

«In caso di esordio in serie A il Livorno avrebbe dovuto pagare al Pontino un premio di valorizzazione. Figuriamoci se Donadoni si faceva condizionare da certe cose. Così mi dette questo premio. Fu una giornata indimenticabile. Noi e il Messina eravamo le squadre rivelazione. Eravamo entrambe salve e c’era un bel clima di festa dentro il loro nuovo stadio. Per me fu una grande soddisfazione anche se a fine anno era già felice per essere stato insieme a quel gruppo di giocatori per tutto il campionato».

Che cosa le è mancato per rimanere ad alti livelli prima dell’età della maturità?

«Le mie scelte spesso sono state condizionate dal pensiero che fosse più importante stare a casa e giocare nel Livorno piuttosto che andare da qualche altra parte. E poi se devo essere sincero, quando ero ragazzo, la società amaranto non aveva tutta questa fiducia in me».

Eppure aveva fatto esperienze in C

«Sì, giocando bene e anche vincendo un campionato, ma il Livorno non aveva intenzione di tenermi anche perché a quei tempi era una realtà consolidata in serie A. Se fosse stato in un’altra categoria avrei avuto qualche possibilità in più di rimanere».

Un po’ ha influito anche il suo carattere?

«Sì, qualche volta il mio carattere mi ha impedito di accettare alcune scelte e ho preferito andare via. Qualche anno me lo sono bruciato, ma tutto sommato sono stato ripagato da grandi gioie quando le cose sono andate bene».

Qui è stato amato o odiato: nessuna via di mezzo. Ha sofferto molto per questa cosa in passato?

«Quando ero più giovane sì. Non capivo il meccanismo di certe critiche che trovavo strane».

Strane perché? Nessuno è profeta in patria…

«Verissimo. Però fuori Livorno mi sono sempre trovato bene e vi assicuro che le mie prestazioni qui non erano né migliori, né peggiori che altrove. Poi ho capito che valgono i risultati: con la maglia del Livorno ho vinto un buon numero di campionati e non sono mai retrocesso. Da questo punto di vista ho la coscienza a posto. Poi c’è un’altra riflessione».

Quale?

«Ho sempre voluto dire quello che pensavo e magari questa cosa a qualcuno può piacere e ad altri no. Con il tempo ho capito che la simpatia o l’antipatia non dipendono da ciò che fai sul campo, ma da quello che la gente si aspetta che tu dica e faccia. E con il passare degli anni mi sono fatto scivolare addosso certe cose».

Che non è mai semplice.

«Se sei livornese e giochi nel Livorno non ti puoi nascondere, devi assumerti responsabilità che ti portano ad essere sotto gli occhi di tutti. Devi anche portare a galla qualche problema per cercare di risolverlo. Ecco. Essere trasparente non fa essere simpatici a tutti».

La sua più bella prestazione in maglia amaranto?

«Il derby perso a Pisa nel 2017».

Quello perso? Perché

«Perché l’ho giocato come volevo giocarlo. Magari sul piano tecnico ho giocato anche partite migliori, ma quel giorno fui esemplare. Non rincorsi neanche il capitano del Pisa che ci aveva rivolto un gestaccio. Dicono che io non rifletta, invece non è così: invito a guardare che cosa combinarono gli altri. Dico solo che se tutti avessero giocato come me fino al 90’, sentendo addosso la partita, non avremmo mai perso. Fu tutta una provocazione. Il primo derby vero dopo anni anche se i nostri tifosi erano assenti, mentre i loro c’erano».

Perché non ha citato il derby di ritorno vinto 2-0?

«La settimana prima Vantaggiato e io eravamo stati messi fuori rosa. Non voglio riaprire antichi capitoli. E poi, ricordatevi, si cresce molto nelle sconfitte».

A proposito di ricordi legati alla vecchia gestione. Otto mesi fa disse di essere arrabbiato. Adesso?

«Sono incazzato come prima perché non ci si può e non ci si deve scordare quello che è stato fatto alla nostra maglia. Sono anche soddisfatto perché abbiamo rischiato di spartire e la costituzione della nuova società è stato un sospiro di sollievo per tutti. Però siamo in Eccellenza e se siamo qui, sappiamo bene di chi è la colpa».

Ora però è iniziata una nuova storia: con Mazzoni, Protti, Luci, Vantaggiato…

«Io avevo accantonato l’idea di giocare. L’avrei ripresa in considerazione solo se si fossero verificate certe condizioni. Cosa che effettivamente è avvenuta. Poi c’è Igor. Ho sempre sostenuto che in caso di ripartenza del Livorno, la nuova società non avrebbe potuto fare a meno di lui. Qualunque dirigente sano di mente non riparte da Livorno senza Protti. Oltre a essere una persona a cui voglio un bene dell’anima, lui è sempre al campo. È troppo importante per tutto».

Il ritorno di Luci?

«Era paradossale che non ci fosse in questo momento. Ci mancava un tassello. Per lui parlano le cifre: dopo Lessi è il giocatore che ha indossato più volte la nostra maglia. È stato capitano per nove anni. Era in esilio forzato. Ho vissuto al suo fianco i giorni in cui è stato di fatto costretto ad andare via. So quanto gli è costato. Ma per chi ama il Livorno, questo era l’anno giusto per tornare per sposare la causa. Si riparte dal livello più basso. E il fatto che Andrea sia ritornato in Eccellenza e non in D dà ancora maggior valore alla sua scelta. A lui unisco Vantaggiato».

In che senso?

«Ci pensate? Lui non è livornese, ma ormai ha l’amaranto nelle vene. E non immaginate quanto io apprezzi chi non è livornese di nascita, ma lo diventa con l’esempio: roba da brividi».

Due mesi di sosta del campionato, non ci volevano...

«In realtà possiamo sistemare alcune cose. Luci per esempio può giocare subito, recuperiamo tutti anche dopo qualche positività in seno al gruppo, ma allenarsi senza giocare è faticoso. E poi dobbiamo subito partire forte perché non abbiamo 20 punti sulla seconda. Tra l’altro la formula del campionato neanche ci aiuta, perché vincere il girone potrebbe non bastare. Ma ci faremo trovare pronti».

Con il Livorno ha giocato in A, B, C ed Eccellenza. Sa qualche categoria le manca?

«Certo: la serie D. Vinciamo questo campionato e poi chissà...».

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