La Pielle non muore mai: ma alle finali di Supercoppa va Faenza

I livornesi riaprono per tre volte la partita.  Nel finale però non hanno la lucidità giusta quando Salvadori firma il sorpasso inseguito per tutta la partita: 57-58 e 115 secondi da giocare

FAENZA. All’Università Nicolò Cusano potrebbero aprire un nuovo corso di studi: come non morire neanche quando ti hanno ucciso. In cattedra Andrea Da Prato e la Pielle. Che abbandona il cammino della Supercoppa ma dà una lezione di determinazione, carattere, volontà. Se questa è la vera faccia dei biancoazzurri ci sarà da divertirsi. Nella terra che adottò Dante i livornesi finiscono tre volte all’inferno e tre volte riescono a resuscitare, arrivando addirittura a riveder le stelle a meno di due giri di lancetta dalla sirena, quando Salvadori firma il sorpasso inseguito per tutta la partita: 57-58 e 115 secondi da giocare.

Mezzo minuto dopo la Pielle avrebbe addirittura il pallone per allungare e mettersi in tasca il biglietto per la final eight di Lignano Sabbiadoro ma stavolta Salvadori fa passi. Dall’altra parte Sebastian Vico, l’argentino che tre mesi fa con la maglia di Piacenza matò i sogni di gloria della Libertas, non perdona: canestro da tre punti e Faenza è di nuovo avanti (60-58). È una fucilata al cuore. La partita finisce lì anche se nell’ultimo minuto la Pielle trova altri due tiri da tre con Iardella e a 15 secondi dalla fine Lemmi, col punteggio ancora inchiodato lì, recupera il pallone che potrebbe mandarci al supplementare (con Salvadori che però anziché tirare dalla sua mattonella perde palla sul fondo).


Dagli altoparlanti del PalaCattani la fisarmonica intona “Romagna Mia”, ma sulla voce di Raul Casadei la Pielle prende la strada degli spogliatoi a testa alta, la neopromossa riuscita a far sudare freddo una delle corazzate della serie B (girone B), orgoglio dei trenta romantici che hanno portato i Rebels nuovamente fuori dal granducato dopo 18 anni di condanna nelle minors.

C’è molto da imparare da questa partita: l’Unicusano ha sofferto sotto le plance, con Giovannone Lenti che non è riuscito a contenere la stazza e l’agilità di Poggi, e proprio nell’area colorata sta una delle chiavi del match, in particolare alla voce rimbalzi offensivi, 18 quelli strappati dai padroni di casa, troppe possibilità di secondi tiri concesse a una squadra con tantissimi punti nelle mani.

E poi la partenza, ancora una volta in salita, come nel derby, e l’intermittenza, frutto di una certa frenesia, quando i palloni bruciavano, in attacco: Faenza è schizzata a più 13 nel primo tempino (25-12), poi, mattoncino dopo mattoncino, come in una costruzione di Minecraft, Livorno è riuscita a risucchiarla, grazie all’abnegazione di Iardella e alla precisione di Tempestini, ma quando è arrivata ad un passo (29-27) di nuovo è andata nel pallone e ha visto gli avversari accelerare e andarsene (34-27). Un film rivisto subito dopo l’intervallo: dal 36-33 al 42-33, un meno nove ricucito (fino al 44-44) con la difesa di Lemmi e i canestri di Tempestini. Ma ancora una volta, fallito il sorpasso, è arrivato l’ennesimo allungo romagnolo: Reale, Vico, Reale e di nuovo meno 8 (54-46).

Ma ci sono anche tante attenuanti: la principale è il ritmo frenetico che le vittorie in Supercoppa hanno dettato alla preparazione biancoazzurra, tre partite in una settimana, roba da playoff arrivata quando il motore è invece ancora tutto da rodare. Ora ci sono due settimane per pensare al campionato.