Vitulano, una livornese designatrice della serie A femminile: «Dopo 25 anni in campo ora insegno»

Incarico di prestigio per la figlia di Miguel. «Con maestri come Bergamo e Ceccarini si cerca sempre di puntare in alto» 

LIVORNO. Dopo una lunga carriera col fischietto, durata 25 anni con importanti risultati anche a livello internazionale, per Carina Vitulano è arrivato un prestigioso incarico all’interno dell’Aia, l’Associazione Italiana Arbitri. La figlia del grande ed indimenticato Miguel, nata a Buenos Aires, ma livornese d’adozione, dal 3 luglio è vice commissario designatore della Can C, del campionato Primavera e della Serie A Femminile, oltreché osservatore per la Uefa Femminile.

Carina, un ruolo di grande spessore. Se lo aspettava?


«Terminata la carriera sul rettangolo verde è il sogno di tutti poter restituire quanto avuto e iniziare una carriera a livello dirigenziale, ma non mi sarei mai aspettata un incarico così importante come inizio. È stata davvero una sorpresa che mi ha reso incredibilmente felice. L’Aia degli ultimi anni sta investendo molto sulle donne e questa ne è l’ennesima testimonianza».

Cosa si aspetta?

«Sarà una bella sfida, anche perché in queste categorie si fanno le ossa gli arbitri che poi andranno ai massimi livelli».

Cosa cercate in un arbitro perché possa essere quello giusto per fare carriera?

«Personalità. Che abbia la leadership giusta per tenere in mano la partita e che sappia venir fuori dagli errori. Questo aspetto è molto importante, perché siamo umani e come un giocatore può sbagliare un rigore, noi possiamo invertire un fischio, ma l’importante è riscattarsi già da quello successivo. Oggi abbiamo la possibilità di crescere e migliorare studiando centinaia di video e rivedendo le partite; proprio per questo andiamo cercando la personalità giusta, poi sul lato tecnico sarà nostro compito aiutarli».

Se si guarda indietro e ritorna ai suoi inizi di carriera che consiglio si sente di dare ad un giovane arbitro?

«Se mi guardo indietro vedo una ragazzina che si è sempre posta davanti a sé degli obiettivi raggiungibili. Certo, il sogno di arrivare in Serie A c’è sempre stato, ma sapevo che poi per fare strada avrei dovuto raggiungere tanti piccoli obiettivi reali e realizzabili. Il famoso step by step, con umiltà e voglia di mettersi in gioco. E questi sono anche i valori che cercherò di trasmettere ai giovani, tramite le esperienze che ho avuto la fortuna di fare, partendo da quelle più difficili».

Ad esempio?

«Nel 2014 quando ebbi un grave infortunio al ginocchio a soli 10 mesi dai mondiali in Canada, una lotta contro il tempo per raggiungere la convocazione. Sognavo la finale o una semifinale, ma dopo quello che mi era successo dovetti mettere la partecipazione alla manifestazione come obiettivo da raggiungere».

Qual è la situazione arbitrale a livello femminile?

«La classe arbitrale ha bisogno di un gruppo forte e a livello femminile, la mia sarà un’attività da talent scout alla ricerca dei profili giusti, perché al momento, come numeri c’è un po’ di carenza. Dobbiamo crescere di pari passo al movimento del calcio femminile che ha fatto passi da gigante».

Com’è cambiato il calcio, dal punto di vista di un arbitro?

«C’è molta più atleticità, prima era un calcio più tecnico, ma con ritmi più lenti. Oggi oltre alla bravura tecnica, in un direttore di gara serve anche prestanza fisica, grande corsa per essere sempre vicini e lucidi all’azione. Non si può più arbitrare da centrocampo, stiamo lavorando molto con le ragazze su questo aspetto».

Appartiene alla sezione di Firenze, ma è cresciuta anche arbitralmente alla sezione Cambi-Baconcini. Quanto è stata importante per lei la scuola livornese?

«Decisiva. Avere a che fare con maestri come Bergamo, Ceccarini, Niccolai e confrontarsi con altri bravissimi interpreti del mestiere come Banti e Vuoto è sempre stato un motivo in più per puntare in alto e spingersi a dare il meglio. Far parte della sezione di Livorno vuol dire dover portare avanti una tradizione storica».

Oggi si rivede in qualcuno della nostra sezione?

«Maria Sole Ferrieri Caputi, che fa parte proprio della Can C. Mi ricorda molto quella che ero io alla sua età anche per la similarità nel percorso proprio come tempi. È una ragazza umile, con voglia di crescere, molto autocritica, ma con la giusta dose di ambizione».

La finale di Wimbledon è stata arbitrata da una donna, la croata Marija Cicak. Quando accadrà nel calcio?

«Ci si arriverà. Le ragazze a livello tecnico sono molto preparate, mentre manca ancora un gradino sotto il punto di vista atletico». —

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