Libertas 1947, dalle ceneri al ritorno della passione: ecco dove e come è nato il sogno della serie A

In cinquecento al PalaModì per la gara decisiva della semifinale. Sugli spalti vecchi tifosi e un entusiasmo che non si vedeva da anni

LIVORNO.  Fuori da un letargo ultratrentennale. 27 maggio 1989 – 9 giugno 2021. Un’era. Glaciale. Di passioni sopite. Di antiche vibrazioni rimpiante, perché mai dimenticate, ma sempre più lontane nel tempo. Di emozioni custodite gelosamente nel cuore fermo dalle 19 e 40 dell’ultimo sabato del quinto mese dell’ultimo anno dei mitici Ottanta del secolo scorso. Un prolungato arresto cardiaco provocato dal canestro non valido più discusso della storia del basket italiano e che fece evaporare il primo scudetto della città di Livorno in una disciplina a squadre.

Qualche segnale di vita, il pianeta amaranto-gialloblù, lontano anni luce da una basket city ormai quasi esclusivamente abitata da nostalgici della grandeur, fu registrato nella primavera del 2017. Finale playoff “tre su cinque” contro i cugini della Pielle in C Gold. Opposte fazioni accomunate dalla voglia di derby. Il grande basket? Troppo lontano anche solo per poterlo sognare. Vinse 3-0 la Libertas Liburnia, ma fu gloria effimera. Una serie B da incubo, con lo strappo tra tifosi e società ancora più doloroso dello 0-30 maturato sul campo. Eppure nelle pieghe di quel combinato disposto “promozione+vergognosa retrocessione”nacque il germe della rinascita.


Il regista giapponese Akira Kurosawa diceva che l’uomo è un genio quando sta sognando. E geniali furono quei tifosi che undici giorni prima del Natale del 2017 si associarono per dar concretezza a un sogno: la rinascita della Libertas grazie ad un azionariato popolare ante litteram, con la benedizione dei guru Alberto Bucci, Alessandro Fantozzi, Andrea Forti e Massimo Rossi, anime del ciclo eroico culminato con il quasi scudetto.

L’acquisizione della matricola della Federazione del Meloria Basket, splendida realtà a conduzione familiare del “maestro” Maurizio Vortici valse l’iscrizione alla C Silver. Fu il primo passo in avanti. Ma che senso ha sognare, se non lo si fa in grande? E così mentre la Libertas si strutturava grazie a oltre cinquanta soci, ecco un altro lampo di genio: l’acquisizione del titolo sportivo della Stella Azzurra Roma, lasciapassare per la serie B.

Era il 12 giugno 2020. 362 giorni dopo la squadra di Gigi Garelli ha apposto il timbro sul passaporto per la finale. L’ultimo diaframma che divide gli amaranto dal paradiso della serie A si chiama Piacenza. E proprio là dove il calcio tornò nella massima serie dopo oltre mezzo secolo, da domani Ammannato e compagni proveranno a riscrivere la storia. A riannodare il filo con il passato idealmente custodito come il più prezioso dei beni, da Francesco Forti, il capitano, il figlio dell’uomo del canestro annullato che ha ibernato per 32 anni i libertassini. Che sono usciti dal letargo. Avrebbero potuto farlo prima se la pandemia non avesse costretto la squadra a lottare da sola, senza l’aiuto della propria gente.

Mercoledì sera, però è tornata, prorompente, la magia. Per molti è stato come ritrovare la donna della vita, quella che ti ha rubato il cuore e che temevi di aver perso per sempre, ma che nella parte recondita della mente hai sempre sperato di rincontrare con quello stato d’animo sospeso tra il timore di un ideale sbiadito e l’istinto di un vecchio-nuovo abbraccio. Quell’abbraccio c’è stato. E anche un bacio. E nulla è stato come prima, perché tutto oggi sembra quasi più intenso prima. Niente a che fare con la minestra riscaldata...

A quattro minuti dalla fine di gara cinque, con Bernareggio sulle ginocchia, l’urlo dei 500 del Modigliani Forum – tra questi era presente l’ex patron Nello D’Alesio – si è fatto assordante. Liberatorio, perché dopo 30 anni, il ghiaccio attorno al cuore era sciolto. Gli slam dunk di Casella e Toniato, il due su due di Castelli che nel cuore del quarto quarto ha definitivamente spaccato la partita hanno dato la stura a una gioia troppo a lungo repressa. Tutti in piedi a saltare e a cantare all’unisono: i ragazzi di ieri, oggi uomini di mezza età con figli al seguito, perché se prima la Libertas in campo aveva una generazione di fenomeni adesso è un fenomeno generazionale. E il risveglio della tifoseria vale quasi di più della eventuale vittoria del campionato, perché categorie, giocatori, allenatore passano. La gente resta. Sempre. E i sogni non costano nulla. Sopratutto adesso che la serie A è vicina. —



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