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Disastro Livorno, Rubino rivela: «Ecco la verità su quest’anno»

Raffaele Rubino: il suo contratto biennale da direttore sportivo si è sciolto dopo la retrocessione

Il direttore sportivo dopo la retrocessione: «Situazione pazzesca, pagavo io la spesa ai più giovani. E sul mercato hanno fatto decidere anche a Lamanna»

LIVORNO. Una stagione disastrosa. Un’annata che il direttore sportivo Raffaele Rubino ha definito “un travaglio durato nove mesi, ma con un parto che non è mai arrivato. Mesi in cui sono stati vanificati gli enormi sacrifici che la squadra aveva fatto, all’interno di dinamiche e situazioni che hanno danneggiato mentalmente i ragazzi”.

Eppure Rubino, questa stagione era iniziata con ben altri presupposti, giusto?


«Esatto. Ad agosto mi era stato dato il via libera per costruire una squadra di alto livello. Il budget era chiaro e avevo in mente le operazioni da fare. Alcuni giocatori come Bogdan, Boben, Raicevic, D’Angelo e Rizzo hanno chiesto di andare via, ma dopo la retrocessione non c’era bisogno di giocatori scontenti di rimanere a Livorno».

E quali erano le operazioni che aveva in mente?

«Ero partito dai portieri con Furlan e Stancampiano, poi avrei inserito un paio di giocatori per reparto, tra cui Mazzarani che avevo contattato proprio in quel periodo. Ma una volta sollevato dall’incarico, con l’arrivo di Navarra e Cozzella sono nate delle frizioni in società tra i vari soci che hanno bloccato tutto»

Ma l’ok per costruire una squadra di buon profilo da chi era arrivato?

«Dagli uomini che facevano da interlocutori tra me e la società, rappresentata dalla famiglia Spinelli, il gruppo piemontese e Lamanna».

Ecco, ci conferma la presenza di Lamanna in questi mesi?

«Sì, lui c’è sempre stato almeno fino a gennaio quando mi sono stati bloccati acquisti che erano già conclusi o comunque in dirittura d’arrivo come Mastroianni del Lecco, Costantino del Modena o Borghini che ha fatto benissimo ad Albinoleffe. Poi anche Lamanna è sparito. Come tanti altri».

E invece con Spinelli che tipo di rapporti ha avuto?

«Lontani. Un messaggio ogni tanto. Non c’era un colloquio assiduo con lui. Era un semplice scambio per aggiornarci sulla situazione».

Ha definito questa stagione un travaglio. Qual è stato il momento più difficile?

«Il periodo a cavallo tra novembre e dicembre è stato assurdo. Ci allenavamo in 13, compresi i ragazzi della Primavera, in un campo che usavamo in orizzontale per avere le giuste dimensioni di larghezza. Arrivando in sede ogni giorno vedevo dieci dirigenti diversi. Mi fossi voluto mettere a sedere non avrei trovato una sedia libera».

E in quel momento ha mai pensato di dimettersi?

«Ci ho pensato, poi però ho deciso di andare avanti. L’ho fatto per rispetto della piazza e dei giocatori che erano venuti a Livorno e mi avevano dato fiducia. Sono andato anche oltre le mie responsabilità: abbiamo fatto alcune trasferte in cui la mia carta di credito era la garanzia per poter partire ed ho fatto la spesa ai ragazzi più giovani. Tutte cose che non mi competono. Ma non l’ho fatto perché volessi ringraziamenti, ma per sentirmi pulito. Come persona, prima che come direttore sportivo».

Alcuni giocatori a gennaio però hanno abbandonato la barca.

«Non era semplice convivere con quella situazione e quindi in questo senso li capisco. Ci sono giocatori come Morelli e Mazzeo che però sarebbero voluti restare».

E Maiorino?

«Il suo problema era legato ad un contratto scritto male che il giocatore non ha mai voluto riscrivere nonostante le nostre proposte. Non ha mai fatto un passo verso la società ed ha scelto di non scendere in campo quando era stato convocato».

In tutto questo caos poi ha pagato Dal Canto.

«Il mister è un tecnico validissimo e le sue ultime stagioni in categoria lo dimostrano. Nel corso delle difficoltà ci siamo uniti tantissimo con il gruppo ed abbiamo cercato di fortificare lo spogliatoio anche fuori dal campo. Ogni giorno subentrava un problema nuovo, ma vi assicuro che abbiamo fatto il massimo per garantire alla squadra la situazione più serena possibile».

Perché l’esonero?

«A gennaio avevamo cambiato tantissimi giocatori che dovevano ancora imparare a conoscersi. Poi forse c’era bisogno di nuovi stimoli, di una ventata d’aria fresca in una situazione pesante come la nostra. Un tentativo di cambiare rotta».

E la scelta è ricaduta su Amelia.

«Abbiamo valutato più profili, poi la società ha fatto questa scelta cercando un allenatore che avesse motivazioni e senso di appartenenza per caricare il gruppo.

Aveva mai vissuto una stagione di questo genere?

«Dopo Trapani lo scorso anno in Serie B pensavo di aver toccato il fondo, ma questa stagione siamo riusciti ad andare oltre. In tanti mi hanno definito un folle per aver accettato di tornare, ma l’ho fatto per rispetto dei ragazzi e per un impegno che avevo preso».

La situazione societaria è grave. Lei in una condizione diversa, seria e con un progetto alle spalle, si vedrebbe di nuovo ds del Livorno anche in Serie D?

«Io fino al 30 giugno sono sotto contratto e quindi a disposizione della società. Per la prossima stagione c’è tempo per pensarci. Adesso ho bisogno di staccare perché mi sento come uno di quei sacchi presi a pugni dai pugili per la stagione che abbiamo vissuto. Non posso pensare di rimettermi in gioco in una società senza un filo logico. In una situazione diversa lo farei volentieri, per la storia che ha questa maglia e per l’amore che hanno i tifosi nei suoi confronti. E per questo vorrei sottolineare una cosa».

Prego.

«Ringrazio di cuore tutti i tifosi del Livorno. Nonostante la distanza, come staff e squadra, abbiamo sempre sentito la loro vicinanza ed il loro sostegno. E vi assicuro che è stato importantissimo. Anche per questo auguro loro il meglio». —

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