Suona la prima Campanella, il coach livornese trionfa in Coppa Italia: «Gioia dedicata a mio padre»

Federico si è conquistato i riflettori nazionali del basket vincendo con la sua Piacenza le Final Eight:  «Vedo che a Livorno sta tornando la passione, sogno un giorno di tornare qui»

LIVORNO. Quando di mezzo c’è un trofeo da vincere e una palla a spicchi, state pur certi che lo zampino di un livornese non manca mai. Così, dopo i successi di Walter De Raffaele in sella alla Reyer Venezia e la girandola di allenatori di scoglio che gravitano nel grande basket (a proposito, Luca Bechi ha appena firmato a San Severo in A2 dopo l’esperienza in Ungheria), stavolta sotto le luci della ribalta è finito Federico Campanella (40 anni), capo allenatore della Bakery Piacenza vincitrice, domenica a Cervia, della Coppa Italia di Serie B (69-66 contro Rieti). Figlio di un grande arbitro (Maurizio, scomparso nel 2008), Federico ha avviato il suo percorso in panchina come vice di Stefano Corsini nelle giovanili della PL, salvo poi formarsi al Basket Livorno (con Paolo Moretti e Sandro Dell'Agnello) e a Siena (nello staff di Pianigiani) e successivamente alla guida di Basket Cecina e Montecatini. Fino alla prestigiosa chiamata, nel luglio 2019, da parte della Bakery.

Coach, ha una dedica speciale?


«Il primo ringraziamento è per il presidente Beccari, che ha fortemente creduto in me due anni fa. E poi alla mia famiglia: a mia moglie Laura, che da quando ci siamo conosciuti da ragazzi a Siena soffre e gioisce al mio fianco, a mia figlia Vittoria, alla mia mamma Eliana e soprattutto al mio caro babbo che, ne sono certo, da lassù ha fatto un tifo sfegatato per tutte le Final Eight. La passione per il basket la devo a lui e ogni volta che un arbitro alza una palla a due il mio pensiero va a Maurizio».

Cosa significa per lei questo successo?

«Tanta emozione. E la consapevolezza di essere riuscito a sfruttare la prima grande occasione che mi si è presentata davanti».

Che effetto le ha fatto giocare la semifinale contro una squadra della sua città?

«Da livornese fare un discorso motivazionale per battere Livorno è stato molto strano. Ma poi bisogna essere bravi a isolarsi e concentrarsi su quello che era l’obiettivo, ovvero portare Piacenza in finale».

E che idea si è fatto della Libertas 1947?

«Gran bella squadra. Intensa. Fisica. Proprio come piace ai livornesi. Contro di noi hanno giocato un primo quarto da applausi, tanto che a un certo punto la partita aveva preso una brutta piega. Poi per nostra fortuna siamo riusciti a ribaltarla...».

Il basket a Livorno sembra vivere una seconda giovinezza per progetti, ambizioni e seguito.

«Una manna dal cielo per chi è innamorato della pallacanestro; dopo gli anni d’oro di basket city, sappiamo tutti com’è andata e il tifoso livornese non si è mai riconosciuto veramente nella Baker o nel Basket Livorno. Nel 2017, invece, ero presente al palazzo in occasione della finale playoff di C Gold con oltre 3000 persone sui gradoni. Faccio, dunque, il tifo per entrambe le società, perché la Livorno del basket possa tornare dove gli spetta».

Le piacerebbe un giorno allenare in città?

«Indubbiamente sì. Nel 2006 decisi di andare a fare esperienza a Siena con l’obiettivo di diventare il miglior allenatore possibile. Sarebbe bellissimo un domani tornare da head coach. E’ un sogno che ho e che custodirò gelosamente nel cassetto…». —

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