La ricetta di Jaconi per il Livorno: «Caro Marco, segui la strada tracciata da me e da Protti: scegli uomini veri»

L'ex tecnico amaranto fa il tifo e consiglia il “suo” Amelia: «Ragazzo intelligente, capirà le dinamiche del gruppo»

LIVORNO. «Mannaggia sono passati 20 anni! E che fine sta facendo il nostro Livorno». Osvaldo Jaconi, il Vodz a cui la città è eternamente grata per averla riportata in B nel 2002 dopo 30 anni, parla sempre volentieri della maglia amaranto. Il tempo passa inesorabile. E domani debutterà sula panchina che fu sua, uno dei ragazzi più giovani di quello squadrone invincibile: Marco Amelia.

Che ricordi ha del primo Amelia livornese?

«La società, per tramite di Roberto Tancredi ebbe l’occhio lungo: serviva un portiere per fare minutaggio con i giovani e la scelta cadde su Marco. Lui quando venne fu spiazzato. Non sapeva quello che avrebbe trovato».

Già.Che cosa trovò?

«Un gruppo affiatato che andava d’amore e d’accordo nel quale vigevano regole non dette e non scritte a cui tutti quanti si assoggettavano. Chi voleva fare un corridoio diverso si trovava male. Marco fece un grande lavoro su se stesso. Capì subito le dinamiche dello spogliatoio. E io capii di avere di fronte un ragazzo intelligente. Quella mia impressine è stata confermata dalla carriera che Marco ha fatto come calciatore e anche come imprenditore. Non era il solo ragazzo giovane sano e serio di quel gruppo. Avevamo anche Chiellini, Abbruscato, Perna: tutti giocaotri che poi sono arrivati in serie A».

Quanto furono importanti quei giovani?

«Furono fondamentali. Senza di loro non avremmo vinto. Quando non giocavano non facevano storie e quando li chiamavo, rispondevano presente. Ma vi ricordate Palmieri? Un anno in tribuna una presenza: a Treviso dove non si fece trovare pronto, ma prontissimo».

Consigli per Marco Amelia?

«Nessuno. Ho letto le sue prime dichiarazioni. Ha usato parole come rispetto, senso di appartenenza. Diciamo che ha avuto una buona scuola e che ha fatto tesoro degli insegnamenti di grandi uomini e grandi giocatori come Igor Protti, Gelsi e Piovani. Ognuno di loro gli ha trasmesso valori importanti quotidianamente. Per questo penso che Marco abbia le risorse per gestire questa situazione che da lontano definisco ’strana’. Livorno, con tutto il rispetto, non è Forlimpopoli. La sua maglia è pesante. Usando quei termini, Marco si è messo in connessione con la mente dei suoi giocatori. E quando c’è quella sintonia, nessun risultato è precluso. Ecco perché un allenatore deve essere prima di tutto un buono psicologo nella consapevolezza che da solo l’allenatore non può fare nulla».

Ci racconta un aneddoto di Amelia?

«Sì. È abbastanza recente. Quando stavo al settore giovanile della Fermana lo chiamai per fare uno stage di due giorni ai portieri. Fu gentilissimo. La sera a cena con altri amici dissi che quando venne a Livorno, Marco stava sulle sue. Lui mi corresse: no, Mister, ero solo presuntuoso. Ecco, questo è Marco Amelia. Un ragazzo intelligente».

Mister Osvaldo, un’ultima curiosità: vent’anni che non è più a Livorno. Che cosa le manca della città?

«Risposta facile, di una sola parola: tutto. Non c’è nulla di Livorno che non mi sarei portato via nella mia valigia». Via su...entri nello specifico... «Il cibo, le scogliere, i quadri. Sì: i pittori livornesi. Se la pandemia ci desse anche un solo mese di tregua, verrei subito. E lo direi a tutti. Mai vissuto sensazioni così forti e belle come in quegli anni». --

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