I rimpianti dell'ex capitano del Livorno Di Gennaro: «Mesi disperati, colpa dei dirigenti incapaci»

Il saluto di Matteo Di Gennaro: il difensore ha firmato per l’Alessandria fino al giugno 2023  

LIVORNO. Due anni a mezzo a Livorno. Presenze 63, quattro gol. Matteo Di Gennaro ormai è un ex. Sabato ha firmato il contratto che lo legherà all’Alessandra fino al 30 giugno 2023. Al momento però il giocatore è ancora a Livorno: «Ho il Covid, anche se la carica è bassa. Sono stato maluccio tra il 4 e il 7 gennaio. Avevo la febbre, non altissima, ma mi sembrava di averla a 40 e faticavo a respirare. Ora sto meglio».

Ci racconta come si è sviluppata la trattativa con i grigi?


«Faccio una premessa: la verità è che non avevo tutta questa fretta di andare via. Qui stavo bene. Ho trovato l’amore della mia vita, Greta, ed ero il capitano della squadra. E vi assicuro che portare la fascia è stato un onore. Mi sarebbe piaciuto restare e indossare i gradi di capitano per molti anni. Fin dall’inizio di gennaio sapevo che l’Alessandria era interessata insieme ad altre squadre di serie C e un paio di B. Ho tirato alle lunghe perché speravo che il Livorno – che aveva la priorità – facesse un passo verso di me».

Difficile che la società facesse passi, visto che è ferma da mesi e naviga a vista…

«Lo so, ma il mio procuratore ci ha provato. Dopo tutto erano andati via giocatori con buoni ingaggi di cui la società si era liberata. Una parte di quei soldi avrebbe potuto investirli su di me. Eero in scadenza di contratto. Mi sarebbe bastato avere il prolungamento. Se mi fossi fatto male negli ultimi sei mesi, il 30 giugno mi sarei ritrovato svincolato e rotto e non mi avrebbe voluto più nessuno a 26 anni. Non volevo correre il rischio. Desidero metter su famiglia e nello stesso tempo giocare in una categoria valida».

Quando ha capito che con il Livorno era finita?

«Fino al 12/13 gennaio ho sperato. Poi ho dovuto dare una risposta all’Alessandria. Ho parlato col Livorno e sono stato chiaro. In pratica ho detto che se non avessero potuto far niente, sarei andato altrove»

Che cosa porta di Livorno con sé in valigia?

«L’amore della piazza per la squadra. Ho ricevuto anche delle critiche, ma nel complesso qui mi hanno voluto bene. Negli ultimi sei mesi ho avuto tante dimostrazioni d’affetto. In questi giorni mi hanno scritto in tanti. Qualcuno ce l’ha con me. È normale. Resta il fatto che grazie al Livorno ho esordito in serie B e che qui ho visto il calcio vero. Ho giocato in uno stadio importante e vi assicuro che venire in una piazza come questa dal Renate non è facile».

Proprio Alessandria?

In quel momento era giusto fare un post. È una cosa che va denunciata e va al di là del calcio. Anche se fosse stato un livornese. Non posso segare una società per un deficiente. Ho detto quello che pensavo».

I ricordi più belli?

«Il giorno della salvezza in B a Padova. Spettacolare. E poi non dimentico la mia prima partita da capitano: coronai un sogno».

Questi ultimi sei mesi come sono stati?

«Choccanti. Mesi della disperazione. Ogni giorno veniva a parlare un dirigente diverso, ma erano chiacchiere. Promettevano, ma non mantenevano mai. Ho partecipato a riunioni con Mariani, Heller e compagnia bella. Non abbiamo mai avuto chiarezza tranne in una fase».

Quale?

«Quando a dicembre iniziai a chiamare Spinelli. Sembravamo sul punto di avere una schiarita e invece non accadde nulla. Spinelli ce l’ha con Navarra e quello è il nodo che blocca tutto».

Ha parlato di disperazione...

«Avete presente quando si ha la sensazione di non sapere ogni giorno di che morte morire? Andavamo al campo e ci chiedevamo: “Oggi che cosa succede? E domani’? Poi ecco i giorni della messa in mora».

Come arrivaste a quella decisione?

«Volevamo vedere di che pasta era fatta la società. Ci dicevamo: “È impossibile che non ci paghino. Ci pagano di sicuro. E invece».

E invece?

«Lunedì 9 novembre pagarono iil 60% a me, ad Agazzi, Marsura, Murilo e Braken».

Non bastò?

«No, per evitare lo svincolo di un giocatore avrebbero dovuto saldare il 100% delle spettanze. Così noi potemmo svincolarci. La società commise un errore clamoroso».

Quale?

«Non aveva i soldi per pagare tutti? Avrebbe potuto pagare il 100% a due o tre e così quelli non si sarebbero potuti svincolare. E poi sarebbe stato un segnale per gli altri: invogliati a restare. Invece così hanno perso tutto il patrimonio tecnico».

Lei compreso…

«Io potevo svincolarmi, ma non l’ho fatto. E così l’Alessandria per prendermi ha dovuto dare qualche soldo al Livorno. Almeno non sono andato via a parametro zero. Guardi. L’amarezza resta. Sono tornato da Reggio Emilia a settembre senza batter ciglio. Ho giocato 17 partite al top. Ho chiesto alla società di venirmi incontro e invece nulla».

Ci parla di Dal Canto?

«Povero Mister. Non capisco come fa ad andare avanti. È un allenatore bravissimo, preparato, una persona d’oro che sa toccare le giuste corde. Forse in sei mesi ha sbagliato un discorso perché non sapeva che cosa dire al gruppo. Però sa tenere lo spogliatoio. E quest’anno non era facile tra stipendi che non arrivano e l’insofferenza di molti giocatori. Si è dimostrato un allenatore da dieci. Ho fatto fatica ad andare via, proprio per lui. Lo lascio in mezzo alle onde e questo mi fa male. Posso usare un termine forte? È un uomo con le contropalle».

Lascia il Livorno ai ragazzini…

«Ragazzini validi. Haoudi se gioca non la testa giusta c’entra poco con questa categoria..

Il 4 marzo c’è Livorno-Alessandria.

«È giovedì. Lo so già. Sarà una grande emozione. Livorno ormai è la mia città. Quando smetterò di giocare, resterò qui. Con Greta e la mia famiglia». —

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