Stefano Ursi, un fischietto livornese nella storia del basket: «Vi racconto le mie prime 600 partite in serie A»

Domenica ha festeggiato un traguardo storico: classe 1971, ha iniziato ad arbitrare 35 anni fa e non vuole fermarsi: «Il basket è scuola di valori» 

LIVORNO. L’8 febbraio di 35 anni fa, Stefano Ursi arbitrava la sua prima partita Propaganda sul parquet di via Cecconi (allora bunker della Pallacanestro Livorno). E da quel giorno, il buon Stefano, di strada ne ha fatta e pure tanta. Fino al gran ballo della Serie A, addirittura con la direzione della celeberrima gara-4 di finale scudetto del 2005 tra l’Olimpia Milano e la Fortitudo Bologna risolta dalla preghiera di Ruben Douglas sulla sirena e convalidata dall’instant replay. Un signore del parquet, Stefano Ursi, classe 1971. Che domenica 10 gennaio 2021 ha festeggiato la 600° presenza tra Serie A1 e A2, arbitrando il big match di A2 tra la Unieuro Forlì (di coach Sandro Dell’Agnello e di Jacopo Giachetti) e la Gevi Napoli in terzetto con un altro livornese, Alessandro Costa, e il collega fiorentino Masi.

Ursi, decisamente un gran bel traguardo…


«Nei giorni precedenti la partita di Forlì ho ricevuto centinaia di messaggi e attestati di stima, ed è in quel preciso istante che ho realizzato il tutto. Non tanto per le 600 partite in Serie A, bensì per l’affetto espresso da moltissime figure e persone che fanno parte della grande famiglia del basket».

Cosa le ha dato la pallacanestro in tutti questi anni?

«Non tutto, ma quasi. E non è una risposta retorica. Mi ha trasmesso adrenalina e fatto crescere con dei valori ben precisi fin da quando ero bambino che ho cercato di tramandare pure ai miei tre figli: Lorenzo di 18 anni, Martina di 15 e Alberto che ne ha 11. L’essere arbitro ti costringe a prendere decisioni, avere un certo tipo di approccio e a confrontarti con i più disparati livelli culturali e di educazione. Insomma, ogni domenica c’è qualcosa da imparare (ride, ndr), anche con 600 partite di esperienza».

Com’è nata la voglia di diventare arbitro?

«Ho giocato fino ai Cadetti nella Libertas, dove c’era già mio fratello e mio padre che faceva il dirigente. Poi siccome non ero bravo, ma adoravo il basket, decisi di frequentare un corso per arbitri. Entrai nelle grazie di Marcello Reatto e durante l’estate, all’età di 15 anni, arbitravo già le amichevoli della Libertas con altre squadre di Serie A. Tre anni dopo appesi le scarpe al chiodo per coltivare l’ambizione arbitrale. Si tratta di un'esperienza formativa, perché quando sei ragazzo e hai il fischio in bocca devi già assumerti delle responsabilità, una cosa che aiuta molto anche nella vita. Una bella palestra, insomma. Che mi ha permesso di rimanere nel mio habitat preferito. A 26 anni, in Serie A, entrare al Forum di Assago con 11mila persone i è una sensazione unica. All'inizio ti tremano le gambe, poi entra in circolo l'adrenalina e ti senti un leone».

Veniamo all’album dei ricordi: c'è qualche episodio che rammenta sempre con emozione?

«Gara-4 Armani Jeans-Climamio è stata l’apice della mia carriera, tra le altre cose mi è capitato di rivederla anche pochi giorni fa e in un frame dietro di me ci sono seduti Gamba, Meneghin e tanti altri personaggi che hanno scritto la storia di questo sport. Conservo con molto piacere anche uno screzio con Dejan Bodiroga durante un torneo. Quando in campionato mi designarono per una partita a Roma, nel riscaldamento venne da me e mi disse "ti chiedo scusa, ero nervoso". Un bel gesto, apprezzai molto».

Una domenica che l'ha segnata in negativo?

«In Serie C, Foligno-Pontedera: avevo 20 anni ed ero in coppia con il mio amico Federico Morelli. Ci tirarono di tutto, dai pomelli d’acciaio ai rubinetti dei lavandini, e infatti a fine gara fummo scortati dai carabinieri. Capita di non arbitrare bene e in quei casi i primi ad essere dispiaciuti siamo proprio noi. Sbagliare è umano, ma ai ragazzi più giovani dico sempre che non si può sbagliare per mancanza di concentrazione».

Il basket a Livorno sembrerebbe aver intrapreso un percorso di risalita: da livornese e appassionato di basket, cosa si augura?

«Talune soluzioni restano impossibili per una questione di storia e di dna, vedi la fusione. Però nemmeno essere ciechi dinanzi a come gira il mondo nel 2020: mantenendo la propria identità, secondo me avrebbe senso aprirsi a nuove sinergie, ben diverse dal concetto di fusione, che favorirebbero il processo di crescita del basket cittadino».

Il basket italiano di alto livello è seminato di giocatori, allenatori e arbitri livornesi: come se lo spiega?

«Il senso di appartenenza alle nostre origini ci viene riconosciuto in tutta Italia; forse perché abbiamo quella giusta dose di cazzimma, sappiamo adattarci alle più disparate situazioni e soprattutto perché siamo empatici rispetto a molte altre culture regionali, oltre naturalmente ad avere una grande tradizione cestistica e a considerare lo sport come una religione».

Al termine della carriera da arbitro le piacerebbe rimanere nell’ambiente, magari con qualche carica dirigenziale?

«Per me lo sport è vita, quando sono a casa in tv guardo di tutto ma basta che sia sport. Sarebbe bello, in futuro, riuscire a trovare un’occupazione stabile in ambito sportivo».

Domenica a Forlì, come detto, ha diretto insieme al suo concittadino, Costa: è lui l’erede designato per proseguire la dinastica dei fischietti labronici in A1?

«Alessandro ha tutte le carte in regola per salire anche l’ultimo scalino, sia a livello tecnico sia come personalità. Al momento Livorno non vanta nessun arbitro in A1, quindi mi auguro che sia l’anno giusto. La scuola livornese non può non essere rappresentata nel massimo campionato nazionale, è necessario dar seguito a una dinastia avviata da Sussi, Follati, Fioretti, Cecco Bianchi e alimentata da Campanella, Bernardini e Seghetti, quest’ultimo oggi direttore tecnico del Cia nazionale». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA