Un ospite a casa sua: bentornato caro Luci capitano amaranto per sempre

326 presenze con la maglia del Livorno, ora torna da avversario con un grande rimpianto: non aver chiuso qui la carriera

LIVORNO. Andrea Luci all’Ardenza. Che c’è di strano? Nulla, perché è una scena vista centinaia di volte. Il tragitto verso lo stadio, che lui da dieci anni conosce così bene come quello per accompagnare i figli a scuola, è lo stesso di sempre. C’è la grande cancellata di Piazzale Montello. Pochi metri ed ecco l’ingresso sotto l’imponente scritta ’Stadio Comunale Armando Picchi’, prima degli ultimi ottanta passi, quelli che dividono l’androne con i busti di Picchi e Magnozzi dallo spogliatoio. Sì, Andrea Luci all’Ardenza. Che c’è di strano? Tutto, perché per la prima volta, dopo una vita colorata d’amaranto, superata la porta a vetri che conduce agli spogliatoi, Andrea svolterà a destra, verso la curva sud. Da quella parte, sotto la tribuna, c’è lo stanzone riservato agli avversarsi. Sarà ospite a casa sua, Andrea.

Chissà, forse arriverà con le cuffie nei padiglioni auricolari sparandosi musica a tutti decibel per avere casino nella mente e impedirle di pensare ciò che starà pensando. La concentrazione prepartita messa a serio rischio da quell’ovosodo che non gli andrà né su né giù. Lunga, lunghissima deve essere stata la sua vigilia. Non è iniziata ieri, e neanche giovedì. Forse è cominciata non appena - a fine estate - ha firmato per la Carrarese e ha visto sul calendario del girone A della C che l’appuntamento con il proprio passato era fissata per metà novembre. Ci sembra di vederlo, l’ex capitano amaranto. Il volto scavato dalla tensione, il cuore in tumulto.Ha indossato, anzi onorato la nostra maglia per 326 volte, secondo solo all’irraggiungibile mito di Maurino Lessi. Con il Livorno e per il Livorno ha esultato e ha pianto. Ha vinto due campionati (2012/13 e 2017/18), è retrocesso (2013/14, 2015/16 e 2019/20), ha coronato il sogno cullato da ogni bimbo che in età prescolare do i primi calci a un pallone: debuttare e segnare in serie A.

Per questa maglia ci ha quasi rimesso un ginocchio. Con questa maglia sulla pelle ha vissuto il giorno più drammatico della carriera: la morte di Piermario Morosini a Pescara il 14 aprile 2012. L’amaranto come un valore assoluto, un amore incondizionato che nella strana estate scorsa, non è stato ricambiato da una società traballante e per la quale - a prescindere da chi ve ne fosse a capo - il concetto di riconoscenza è qualcosa di astratto se non addirittura astruso. Eppure Luci, animato dalla stessa cocciutaggine con cui per anni ha rincorso tutto e tutti in mezzo al campo, ha aspettato un segnale da parte del Livorno. Sarebbe bastata una telefonata. Un semplice e asciutto "Andrea, grazie di tutto, ma non rientri più nei nostri progetti", magari formale e neanche pregno di troppi inutili sentimentalismi. Invece nulla. Silenzio assoluto.Luci ha sperato fino all’ultimo di restare. Si è tenuto costantemente informato sulle trattative-farsa per l’acquisto della società come se l’eventuale cambio del padrone del vapore potesse rimetterlo in pista.

Poi quando ha capito che non c’era più nulla e nessuno che potessero trattenerlo qui, ha abbandonato gli allenamenti in solitario e si è accasato alla Carrarese. E oggi lo vedremo all’Ardenza con la consueta maglia numero 8. Che cosa c’è di strano? Nulla. Anzi: tutto, perché quella maglia non sarà la sua, la nostra, ma quella di un’altra squadra. In qualsiasi società, un giocatore da 326 presenze e 10 anni di miltanza, avrebbe chiuso la carriera lì. Appunto: in qualsiasi società, ma non nel Livorno.

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