Livorno, la verità di Gherlone: «Debiti per 800mila euro spuntati alla firma, la vendita del club può essere invalidata»

Parla il commercialista dei soci di maggioranza: «I conti che ci hanno dato i ragionieri di Spinelli diversi da quelli portati dal notaio. Le parole di Navarra? Il Cda può avocare a sè i suoi poteri in qualunque momento»

LIVORNO. «Su molti aspetti del Livorno Calcio siete più informati di noi, ma alcune cose lasciatemele dire». Pier Paolo Gherlone, il commercialista che ha messo insieme i soci piemontesi che detengono il 52% del Livorno Calcio e che è considerato il regista della cordata, accetta finalmente di raccontare la posizione del gruppo che detiene la maggioranza della società amaranto. È la prima volta in assoluto che la cordata piemontese parla.



Gherlone, intanto qual è il suo ruolo?

«Io sono il presidente di Assimprese Piemonte, che ha fatto da advisor per gli acquirenti al tavolo della trattativa, insieme a Banca Cerea che ci ha coadiuvati».

Dunque ha messo insieme questo gruppo di persone aiutandole a comprare il Livorno?

«Esatto: ho fatto l’advisor portando al closing l’operazione».

Ma adesso che l’acquisto è avvenuto, continua ad avere un ruolo...

«Sono stato nominato segretario dell’assemblea dei soci del Livorno e segretario generale del Cda. Ma non ho alcun ruolo operativo né sportivo, l’unico ruolo, ripeto, è quello di segretario verbalizzante del Cda».

Significa essere presente ai consigli di amministrazione e in qualche modo vigilare...

«Guardi, nell’ultimo consiglio, viste le polemiche, ho fatto anche un passo indietro, ma sono stato ugualmente invitato a partecipare».

Crede che in futuro potrebbe entrare anche con ruoli operativi?

«Non desidero avere ruoli finché non si sarà chiarito tutto, ma decideranno i soci di maggioranza».

C’è molto da chiarire, visto il caos che regna: cosa sta succedendo?

«Le racconto una cosa che nessuno ha avuto il coraggio di dire finora».

Prego.

«Il 2 settembre l’accordo era già fatto, il closing era già avvenuto: 31% a Spinelli, 69% agli altri soci, noi e Ferretti».

E poi?

«L’atto è stato tenuto sospeso una settimana perché si è aspettato l’arrivo di Navarra. È stato Spinelli a chiederci di aspettare e i soci hanno accettato che fosse Spinelli a dettare regole».

Dunque?

«In quella settimana è cambiato lo scenario: la situazione debitoria che era stata documentata a Banca Cerea e ad Assimprese per la due diligence è cambiata di 800mila euro».

Cioè vi siete trovati con il quadro economico cambiato rispetto a quello che avevate in mano?

«È così: ci è stato dato un bilancio diverso che prevedeva 800mila euro di debiti in più. Capisce che su un’operazione da 1,550 milioni, di cui 500mila euro a Spinelli e 1,050 milioni a Banca Carige per estinguere i debiti, la situazione contabile è cambiata non poco».

Insomma, vi hanno truffato?

«Io dico soltanto che ci sono le condizioni per invocare la violazione degli obblighi precontrattuali secondo gli articoli 1337 e 1338 del codice civile sulle cause di invalidità».

Chiederete di annullare la compravendita?

«Ho detto ai soci che c’è questa possibilità. Saranno loro a dover trovare una via d’uscita o un nuovo accordo».

Ma voi quando l’avete scoperto? Prima o dopo la firma?

«L’abbiamo visto al tavolo del notaio, un minuto prima di firmare a Genova».

E non potevate alzarvi e fermare tutto?

«Ormai come facevamo? Guardi che anche Navarra aveva un quadro non aggiornato della situazione patrimoniale e ha firmato in fiducia».

Sta dicendo che Spinelli vi ha dato libri contabili incompleti.

«Nessuno potrà smentirmi: ci siamo trovati 800 mila euro di differenza in più. Ma una cosa voglio dirla chiaramente: Spinelli non c’entra nulla, è un imprenditore che ha fatto molto per Livorno, persona seria e affidabile».

Ma i documenti per la due-diligence ve li ha dati lui...

«Spinelli è in buona fede: con noi è stato di una correttezza estrema, ma dal primo closing al bilancio allegato all’atto notarile sono spuntati 800mila euro in più».

E allora scusi, di chi è la colpa?

«Sono i suoi ragionieri ad averci dato la situazione patrimoniale: alla fine i soci hanno pagato il Livorno 1,550 milioni più 800mila euro».

E ora?

«Oggi abbiamo un Livorno Calcio che tra debiti tributari, stipendi, fornitori, ha 3,5 mlioni di passività. Le società di calcio in C non stanno in piedi: il rapporto indebitamento patrimonio netto è uno di quelli più sotto sorveglianza da Covisoc e Lega. Si legga l’ultima relazione della Luiss sul management sportivo: le società di calcio di C – e io ho seguito tante trattative al nord – se non hanno un rapporto corretto tra indebitamento e patrimonio netto non stanno in piedi».

Dunque il Livorno rischia di saltare?

«La situazione indebitamento va risolta, è fondamentale».

In che modo?

«Come Assimprese se avessimo visto quegli 800mila euro di debiti in più avremmo sconsigliato l’operazione, ma ormai la frittata è fatta e tutti devono mettersi una mano sul portafoglio e una sulla coscienza e fare il bene della società».

Potrebbe servire un aumento di capitale: Navarra ne ha parlato anche sabato sera.

«Se i soci vogliono farlo, lo faranno».

Navarra lo chiederà.

«Ne ha facoltà anche se non è in maggioranza. Ma va detto che lo statuto sociale prevede che le delibere siano prese a maggioranza. Dunque dipenderà dalla maggioranza dei soci se dare l’ok all’aumento di capitale».

I rapporti tra il gruppo piemontese e il presidente sono difficili fin dall’inizio: perché?

«Navarra ha i poteri e li esercita. Ha il phisique du role e il pedigree per farlo. Sono i soci che semmai hanno sbagliato a darglieli».

Sabato sera il presidente ha usato parole di fuoco su Cerea Banca e sui soci di maggioranza: pensa che resterà a lungo in sella?

«Lo statuto, alla cui elaborazione ho partecipato anch’io, prevede che se il consiglio di amministrazione non è d’accordo con l’operato del presidente può avocarne a sé i poteri. È scritto nell’articolo 8».

È una minaccia?

«Macché, perché dovrei fare minacce? Lo sa anche Navarra, anzi lo dice proprio lui: bisogna attenersi a tre cose, i poteri del Cda e dell’assemblea, allo statuto e ai patti parasociali. Dunque anche all’articolo 8 che prevede che il Cda avochi a sè i poteri del presidente e all’articolo che prevede che si decida al 51%».

Torniamo alle parole di Navarra.

«Voglio dire una cosa: smettiamola di battezzare questi soci piemontesi come società che valgono zero. E smettiamola di parlare di “banchetta”, ma su questo risponderà Mastena. Dire che il 52% delle quote è rappresentato da società che valgono solo 10.500 euro è una inesattezza. Dietro ci sono gruppi che hanno fatturati per 25 milioni di euro, compreso Ferretti. Non sono società fantasma, hanno appalti con la Metropolitana di Torino, Radici Group: ne va di mezzo il prestigio di Assimprese che li ha messi intorno a un tavolo. E il primo interlocutore è stato il presidente di Cerea Banca, Mastena».

Guardi che le visure camerali dicono così.

«Ripeto, compreso Ferretti abbiamo 25 milioni di fatturati».

Ma perché dal Piemonte siete andati a cercare una banca così piccola e lontana?

«È una banca con cui avevamo già rapporti in essere con le nostre unità locali in Veneto».

Navarra ha parlato di una lettera da voi inviata che sembrava scritta da Totò e Peppino.

«La lettera la conosco bene: è una richiesta al dottor Navarra fatta da un gruppo che voleva acquistare il suo 21%. Se poi lui la ritiene non scritta in italiano corrente, non so che dire: io l’ho letta e mi è sembrata comprensibilissima».

Dunque non l’hanno scritta i soci piemontesi?

«È un altro gruppo con cui i soci di maggioranza hanno legami di lavoro e di rapporti professionali, che contattati da noi hanno presentato una manifestazione di interesse. La lettera mi pare scritta non così come dice Navarra. È stato successivamente specificato chi erano i due firmatari».

Ma come, non era stata neanche firmata?

«Sì c’erano le firme ma non erano specificati i firmatari».

Ma lei i soci piemontesi come li ha messi insieme? Vi conoscete da tempo?

«Sono soggetti che han già fatto calcio in passato: mi sono rivolto a loro quando c’è stata questa opportunità, erano le tre società che più erano vicine per interesse e passati calcistici dei suoi proprietari: Presta nel Rg Ticino, Aimo nel Crotone e Alessandria, Cornaglia e Casella negli anni 80 e 90 nel Cuneo».

Tutti sono passati anche dall’Asti di cui lei è stato presidente e per il quale è imputato in un processo di mafia...

«Io ho ceduto l’Asti a un soggetto che è poi risultato figlio di un imputato per ’Ndrangheta: sono coinvolto in associazione esterna, ne uscirò in piena innocenza, in Itlaia si è innocenti fino al terzo grado di giudizio».

A quei tempi Aimo era con lei in società.

«È stato anche direttore sportivo dell’Asti con me, poi è arrivata la nuova gestione con cui non abbiamo avuto a che fare: la cessione da parte mia a questo soggetto ha generato l’indagine su infiltrazioni mafiose nel calcio in Piemonte che io avrei favorito con concorso esterno, un’imputazione che sto respingendo anche nel processo».

Parlava di Cornaglia: perché non appare tra i soci?

«È direttore generale della Sicrea, la società di Casella, che ha il 34% del Livorno. Angelo è stato direttore sportivo del Cuneo negli anni 80».

Ma col Livorno che c’entra?

«Essendo direttore della società di Casella, che ha la maggioranza relativa, direi che ha pieno titolo per parlare con la delega».

Perché non siete andati a incontrare il sindaco Salvetti giovedì?

«Deve chiederlo ai soci, sinceramente non credo che Salvetti aspettasse me. Sono la persona meno adatta a parlare col sindaco nonostante tanti anni da assessore».

È vero che volevate il Novara?

«Una delle sedi di Assimprese è a Novara, con Maurizio Rullo ci parliamo tutte le settimane ma non c’erano le condizioni».

E il suo sogno di costruire un hotel con centro sportivo potrebbe concretizzarsi a Livorno o magari a Fauglia?

«No, quel progetto non c’entra nulla con Livorno. Fauglia è un asset importante ma su cosa vogliono farci non saprei dire». —