Rayban, un bel sigaro e il Livorno nel cuore: «Ruppi con Spinelli per tenere Donadoni»

Per 13 anni Roberto Tancredi è stato l’anima della società I retroscena su Allegri, Achilli, Protti e Lucarelli  

LIVORNO. Ray-ban scuri, sigaro toscano, il cuore amaranto. Questo è Roberto Tancredi, storico direttore sportivo del risorgimento del Livorno. Dal 1990 al 2003 è stato al fianco della società che ha amato di più. Ha sofferto e poi meritatamente gioito. C’è sempre stato, nel bene, ma soprattutto nei momenti bui quando c’era di si vergognava anche solo di avere la macchina targata LI: «Stavo sfogliando l’Enciclopedia Amaranto del compianto Franco Chiarello. Mi sembra di rivedere lo stadio pieno. E tanti ‘miei ragazzi’: Protti, Vanigli, Boccafogli, Cordone».

Direttore. Trent’anni fa il suo arrivo a Livorno da dirigente. Ricordi?


«Avevo un accordo con il Pontedera. Poi mi chiamò Mantovani: “Mi aiuti a far ripartire il Livorno” mi disse. La prima immagine è il muro di gente allo stadio per il decisivo scontro salvezza con la Rondinella. Vincemmo 1-0 con gol di Palagi».

Se lo ricorda il primo giorno da ds amaranto?

«Arrivai allo stadio e sul piazzale mi venne incontro lo storico sportivo Paci. Mi regalò una sciarpa di seta e mi disse: “Sono anziano, voglio rivedere il Livorno in serie B”. Non ce l’ha fatta, ma quella sciarpa l’ho portata al Santuario di Santa Rita da Cascia a cui sono devoto, quanto 12 anni più tardi in B ci siamo andati davvero».

Con Mantovani finì male: Livorno cancellato da C2 e ammissione in Eccellenza. Che cosa era successo?

«L’estate del 1991 fu la peggiore di tutto il periodo amaranto. Per settimane non riuscii a dormire. Il primo agosto – può testimoniarlo l’allora segretario Emilio Guidetti, aspettavamo entro le 13 un bonifico di 3 miliardi dal Lussemburgo. Erano soldi da girare alle banche. Quel bonifico con arrivò mai e la società fallì. Peccato perché avevano una grande squadra. Avevamo preso un attaccante forte come Weffort e in panchina c’era Papadopulo. La sera lasciammo il ritiro di Pomarance nello sgomento più completo».

Non aveva avuto sentore del crac imminente?

«No. Mantovani era un ottimo affabulatore. Era convincente. Un mese prima in piazzale Montello racimolò 6 milioni di lire dai tifosi presenti per ascoltare le sue rassicurazioni sullo stato di salute della società».

Ripartimmo dall’Eccellenza. È vero che pagò di tasca per tenere in vita il Livorno?

«Sì. Dopo il fallimento andai a casa. Fui chiamato da Dino Bonsanti. Mi disse: “Se non vieni in sede, perdiamo 76 anni di storia amaranto”. Il regolamento prevedeva che la seconda squadra cittadina, l’Armando Picchi, avrebbe dovuto prendere il posto del Livorno. C’era una cordata capeggiata da Oreste Cinquini già pronta a rilevare proprio il Picchi raccogliere l’eredità amaranto».

E invece…

«Invece andai in sede e lì cambio la storia. Venne Caresana con una borsa piena di rubli, scellini e dollari. La portai alla Lega Dilettanti. Conoscevo il presidente Giulivi. Di me si fidava. Servivano 300 milioni per l’iscrizione all’Eccellenza ex novo. Una lira in meno e il Livorno sarebbe ripartito dalla Promozione».

Ripartimmo dall’Eccellenza. I 300 milioni c’erano…

«No. Fatto il cambio di valuta, Caresana aveva portato 286 milioni. La differenza ce la misi io con un assegno. Poi però mi defilai perché non mi fidavo di Caresana. E infatti mi defilai per un anno. Avevo ragione. Un anno dopo eravamo di nuovo sull’orlo del fallimento».

Ma venne Achilli e salvò tutto. Come fu possibile?

«Merito di Massimiliano Allegri. Aveva giocato nel Pavia di Achilli e disse al presidente che c’era la possibilità di prendere il Livorno».

Partendo da zero?

«Sì. Il Livorno aveva perso tutto: eravamo nelle mani del curatore fallimentare Musetti. Un giorno mi disse: “Amo il Livorno, devo fare il mio lavoro”. Ricomprammo un paio di volte i mobili storici che adesso sono in sede. Decisivo fu l’avvento dell’avvocato Nieri. Giuseppe continua a fare la sua professione ma in quel periodo agevolò l’acquisto della società da parte di Achilli. Per un po’ assunse anche la carica di presidente. Un uomo vero».

I momenti più belli?

«Reggio Emilia, la promozione in C1. Anzi. La grande bellezza di aver tolto i livornesi dalla C2. Poi Treviso».

Una risalita a ostacoli. Ricorda i playoff persi?

«Eccome no. Non serve una pagina di giornale. Questo è un romanzo. Le delusioni più cocenti: Castel di Sangro 1995 e Como 2001. Ma non scordo Ferrara 1996 e Perugia 1998».

A Castel di Sangro come andò? Fu una sconfitta chiacchierata, quella…

«Ma no. Loro avevano Jaconi in panchina. E ho detto tutto. Noi iniziammo col punire Boccafogli per un gol preso all’andata, facendo giocare Sirtori che non aveva visto campo. Sconfitta giusta. Presidente loro era Gravina, ora numero uno delle Federcalcio».

Perché è finita con il Livorno?

«Nel 2003 mi ero accorto che Spinelli non aveva più fiducia in men. C’era stata una manfrina per farmi fuori. Sono nato nel calcio. Fiutai tutto questo e me ne andai. Per me Donadoni andava confermato dopo la salvezza in B. Per Spinelli no. E lì ci separammo. Avevo già preso contatti per Lucarelli. C’era il nodo del miliardo d’ingaggio che era troppo pesante. Per il Livorno: non per Spinelli. Cristiano mise tutti d’accordo e rinunciò a quei soldi».

Lucarelli e Protti, due icone che lei conosce bene. Come sono vissuti da vicino?

«Hanno il Livorno nel sangue. Cristiano è un trascinatore. A volte è troppo esuberante e dovrebbe parlare meno. Ecco. Igor sa frenarsi, Lucarelli no. Quanto a Protti, va proprio vissuto. Raccontarlo non gli rende giustizia. Formidabile. Ha giocato da infortunato, da zoppo, da fermo. Sempre e solo per la maglia».

Quanti amici e nemici si è fatto in quei 13 anni?

«Nemici non so. Amici tanti. Penso allo stesso Donadoni. Quando arrivò mi disse: “Non siamo amici perché non ti conosco. Tra un anno ti dirò”. Un anno dopo mi regalò un portasigari in argento con su scritto ‘ad un amico’. Poi ci sono i miei ragazzi: Rubinacci, Cuc, Grauso».

Spinelli vende?

«Non ha mai voluto vendere. E comunque non vuole cedere a sprovveduti. Adesso però c’è il figlio Roberto che lo spinge a cedere e le liti in famiglia sono le più dolorose. Il presidente però vuole una cosa: i soldi e non i discorsi».