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Omicidio "Cacciavite", il figlio di Chimenti parte civile contro Lonzi e Antonini

A sinistra i colpi di pistola sparati, il 30 giugno del 2002, per uccidere il quarantasettenne Alfredo Chimenti, da tutti conosciuto come “Cacciavite”; a destra un’immagine dello stesso Chimenti

Ieri si è aperto il processo: con il pentito Riccardo Del Vivo entrambi sono accusati di averlo ucciso con due colpi di pistola in piazza Mazzini

LIVORNO. Il figlio di “Cacciavite”, Valerio Chimenti, si è costituito parte civile nel processo contro coloro che, all’alba del 30 giugno 2002, avrebbero ucciso suo padre Alfredo Chimenti con due colpi di pistola in piazza Mazzini: il settantatreenne Riccardo Del Vivo (colui che gli avrebbe sparato, ieri non in aula in quanto ha scelto il rito abbreviato), il cinquantunenne Gionata Lonzi (che si sarebbe procurato l’arma da fuoco) e il portuale Massimo Antonini, 64 anni, l’unico dei tre che ancora si trova in carcere e che – secondo l’accusa – avrebbe guidato lo scooter con a bordo Del Vivo, il “pentito” che ha confessato tutto.

LA SVOLTA


Per Lonzi e Antonini – difesi dagli avvocati Massimo Tuticci e Riccardo Melani – ieri si è aperto il processo davanti alla corte d’assise del tribunale, presieduta dal presidente Luciano Costantini (l’altro giudice togato è Ottavio Mosti). La svolta nell’inchiesta è arrivata dopo 19 anni, lo scorso settembre: fondamentale, otto mesi prima degli arresti messi a segno dai carabinieri, la confessione di Del Vivo al procuratore Ettore Squillace Greco: «Com’è arrivato in piazza Mazzini e ha passato il suo motorino – ha spiegato il settantatreenne – io sono andato contro “Cacciavite” e gli ho sparato due colpi. Lui, invece, si è impaurito e non è scappato. Si è messo dietro le macchine. “Cacciavite” non era molto simpatico, era un prepotente».

LA RICOSTRUZIONE

La sua condanna a morte la vittima la firmò qualche giorno prima «opponendosi – si legge negli atti dell’inchiesta – all’assunzione al circolo la “Garuffa” di Massimo Tonarini, soggetto vicino alla batteria di Del Vivo che attraverso il pagamento (la cosiddetta “cagnotta”) di una cifra compresa tra i 1.500 e i 2.000 euro al mese garantivano la protezione alle bische». Il piano per dare «una lezione a Chimenti» – sono le parole di Del Vivo – è nato durante un pranzo, a casa di un amico a Nibbiaia, al quale parteciparono, oltre a Del Vivo, «Alberto Tonarini, Massimo Antonini, Marcello Degli Innocenti, Gionata Lonzi e Valdemaro Ricci». Di quel giorno il settantaduenne spiega: «C’erano anche le famiglie, c’era la mia mamma e c’erano tutte. Saremmo stati una trentina di persone. Uscì fuori che Tonarini gli voleva sparare alle gambe. Poi aggiunse: “Leviamolo di mezzo, non nel senso di ammazzarlo, leviamolo dai circoli”. Tra l’altro Tonarini gli aveva già fatto anche la punta (a Chimenti ndr) diverse volte con un ragazzo alto, che poi sono andati lì ma non hanno concluso niente perché in piazza Mazzini c’erano le baracchine. E mi ricordo Marcello disse: “Prendiamolo e diamogli una fraccata di botte”». Del Vivo entra in scena perché «Tonarini – scrive il giudice – era malato e poco affidabile». Così il piano per «gambizzare» Cacciavite cambia in corsa. «Ero io – racconta – che decideva. Quelli dei circoli dicevano: “Lascia perdere perché succede un casino e ci chiudono tutti”. E in effetti poi hanno chiuso tutti».

IL PROCESSO

Chimenti, come parte civile, è assistito dall’avvocato Ugo Boirivant. L’udienza di ieri è stata rinviata a metà luglio per consentire al tribunale di notificare il decreto che dispone il giudizio immediato nei confronti di Lonzi e Antonini alla vedova di Chimenti, mentre le difese hanno lamentato mancate notifiche che palazzo di giustizia dovrà perfezionare entro la prossima udienza.

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