L’arte contemporanea entra in duomo Il vescovo cambia altare e arredi sacri

L’inaugurazione domani in occasione della “festa del voto”. La scultura di santa Giulia martire: torturata e morta in croce

LIVORNO. La fisionomia architettonica del duomo resta uguale, ma qualcosa cambierà nella zona-chiave dello spazio liturgico: l’altare. Stiamo parlando degli arredi sacri: 1) la mensa-altare dove viene officiata la messa, inclusa la sedia del sacerdote celebrante; 2) lo scranno (chiamato “sede”) dove sta seduto il vescovo e dal quale fa la predica; 3) quella sorta di tribuna (in gergo ecclesiastico “ambone”) da dove vengono letti ai fedeli i testi sacri nel corso della liturgia; 4) il cero pasquale, cioè il candeliere che regge la luce accesa come simbolo di Cristo risorto di fronte al buio del peccato.

A reggere l’altare è un tris di sculture in bronzo che raffigurano tre momenti della storia di santa Giulia, una ragazza cartaginese morta per non rinnegare la mpropria fede e indicata dalla Chiesa come patrona della città. Se sulla sinistra, ecco il tradimento e le torture, l’elemento più rilevante è la crocefissione qui al femminile: è quello della santa-ragazzina venuta con i barconi dall’Africa più di 1.600 anni fa. Sulla destra, ci sono i monaci di Gorgona che ne ritrovano il corpo senza vita.


L’autore è lo scultore cascinese Paolo Grigò (che a Livorno ha già realizzato in porto la “Madonna dei Popoli” e ha lavorato nella chiesa del Borgo di Magrignano.

L’inaugurazione è prevista per la “festa del voto”, la liturgia solenne in agenda per domani in ricordo dello tsunami di metà Settecento: la popolazione si impaurì a tal punto che venne portata davanti alla cattedrale l’immagine della Madonna di Montenero in nome di una religiosità popolare già consolidata da tempo. Lo fecero facendo “voto” di far slittare il via ai festeggiamenti del Carnevale, che nella nostra città inizia più tardi che altrove (e ha come maschera tradizionale unicamente la poverissima “Puce” fatta mettendosi in testa un lenzuolo con due buchi all’altezza degli occhi): appuntamento alle 17,45.

Nella messa di domani il nuovo identikit della cattedrale verrà benedetto. Poco prima in piazza Grande, sospendendo i lavori di risistemazione del pavimento, grazie all’autoscala dei vigili del fuoco verrà collocata una corona di fiori attorno all’immagine della Madonna lassù in alto, sopra i portici.

In realtà, il posizionamento dei nuovi arredi sacri è già in parte avvenuto: bastava ieri fare un salto in duomo per accorgersene, la collocazione è stata effettuata con i mezzi di sollevamento della ditta Bettarini.

Nella primavera di tre anni fa la diocesi aveva presentato in cattedrale e sui propri social le idee progettuali attorno alle quali si stava pensando di lavorare. Se v’immaginate che sia stato un coro di elogi e applausi avete sbagliato città, figurarsi se i livornesi si peritavano a dire che quei bozzetti proprio no, non andavano bene. Le critiche prendevano di mira la “pesantezza” delle soluzioni. Le critiche sono servite a qualcosa, lo ammette il vescovo Simone Giusti: i disegni iniziali sono state alleggeriti con superfici traforate.

Dell’altare abbiamo detto. L’ambone conserva l’immagine “avvolgente” che aveva fin dall’inizio dei bozzetti, ma adesso proprio per evitare che abbia un aspetto troppo pesante, le “ali” sono traforate in modo da riecheggiare l’identikit dell’“albero della vita”. Come racconta lo scultore Grigò, «l’albero è anche nel bassorilievo che contrassegna il lato anteriore: sale dal panneggio del Cristo resuscitato dal sepolcro, è nelle mani di Iesse e si vede in suo figlio Davide fino a culminare in una Madonna con Bambino». Il motivo traforato e il disegno avvolgente – aggiunge – sono la caratteristica pure dello scranno episcopale, anch’esso in bronzo. Infine, il cero riprende il motivo verticale dell’albero-germoglio.

Fin da quando ha messo piede a Livorno il vescovo Giusti – che ha una laurea in architettura e ha firmato anche progetti di chiese – insiste che l’arte contemporanea entri nelle navate delle chiese: lasci il segno dell’“oggi” nell’espressività artistica.

«L’abbiamo fatto in punta di piedi, d’intesa con la Soprintendenza, dice il vescovo: con l’ “albero della vita” che riprende alcune suggestioni longobarde che troviamo nelle chiese romaniche».

La cattedrale aveva bisogno di tante manutenzioni: Abbiamo rifatto il tetto, gli infissi, la rampa per i disabili e la cripta – dice Giusti – e con i fondi dell’8 per mille abbiamo sistemato il campanile le cui coperture in mattoni faccia vista stavano cedendo. Dovevamo intervenire».


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