Contenuto riservato agli abbonati

La sanità livornese perde un’altra colonna, Bigazzi lascia dopo 43 anni: «Farò il medico volontario»

Il dottor Roberto Bigazzi nel suo studio all’11° padiglione

Ha lasciato gli Spedali Riuniti dove era entrato come medico volontario nel 1978, subito dopo essersi laureato: «La sintonia con la direzione era sfumata». La nostra intervista

Roberto Bigazzi è uno di quei medici che si possono definire colonne di un ospedale. 43 anni col camice, passati nelle corsie di viale Alfieri. Due terzi della vita in mezzo ai malati. I malati del suo reparto e i malati del Nicaragua, dove da anni fa il volontario per aiutare la popolazione a combattere le malattie renali, particolarmente diffuse in quella terra. Il suo desiderio di stare tra i pazienti non è cambiato neanche quando è diventato primario della Nefrologia. Né quando è diventato direttore del dipartimento delle specialistiche mediche di tutta l’Asl, una gigantesca struttura che riunisce i reparti di Medicina, Cardiologia, Malattie Infettive, Nefrologia, Neurologia dei 13 ospedali della Toscana Nord Ovest, da Portoferraio a Pontremoli.

Dal primo gennaio Bigazzi è in pensione. Ha lasciato gli Spedali Riuniti dove era entrato come medico volontario nel 1978, subito dopo essersi laureato. Sarebbe potuto rimanere altri due anni e mezzo, ma anche lui, come altri colleghi, ha deciso di anticipare i tempi di uscita. Per la sanità livornese è un’altra perdita importante, professionale, manageriale, umana.


C’è una storia, che ci ha raccontato un suo collega, che descrive perfettamente chi è il medico e l’uomo Bigazzi: “Roberto non ha mai fatto libera professione. I malati che in questi anni volevano essere visitati da lui, li vedeva il sabato mattina, gratis”.

Dottor Bigazzi, che sensazioni sta provando in questi primi giorni da pensionato?

«Contrastanti. L’ospedale mi manca, mi manca la sua complessità, la direzione di un gruppo di lavoro. Mi manca per alcuni riti, come quello di ritrovarsi la mattina in Rianimazione a discutere di casi clinici e di sanità col dottor Roncucci e prima con Maurizio Viti. Mi manca il karaoke che si fa alla fine di ogni cena del mio reparto, che è espressione di svago, ma anche del senso di unità di un gruppo».

Vorrebbe tornare indietro e non firmare le dimissioni?

«Ho riflettuto molto: adesso ho molto più tempo per la mia famiglia e per le altre attività che ho sempre portato avanti, ma che erano parallele alla quotidianità lavorativa, vale a dire ricerca scientifica e cooperazione. È sempre auspicabile che ci sia ricerca clinica in un lavoro ospedaliero ma non è usuale. Io ho sempre cercato di portarla avanti, per era una passione e una necessità al tempo stesso».

È entrato da medico volontario ed è diventato direttore di tutte le specialistiche mediche. Una carriera importante, ma sempre fatta a Livorno…

«Ringrazio le persone che in tutti questi anni mi hanno dato fiducia e mi hanno fatto crescere: il primo grazie va alla mia famiglia, che mi ha sempre supportato in tutto, anche nelle scelte che mi hanno portato ad assentarmi per lunghi periodi. Poi al dottor Giorgio Baldari, il mio primario che ha voluto fortemente la Nefrologia a Livorno nella sua prima dimensione. Mi ha dato l’opportunità di cimentarmi con realtà non scontate, di andare a formarmi a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta negli Stati Uniti: non era dovuto, devo riconoscergli lungimiranza, mente aperta nel comprendere che la crescita di chi era intorno a lui era la crescita del reparto. Poi penso al mio professore americano, il professor Campese, che mi ha seguito negli Stati Uniti e con cui tuttora mantengo un rapporto di intensa attività di ricerca clinica. Sono queste le persone che mi hanno dato fiducia, come l’ingegner Scura, persona che ha fatto molto per questo territorio pur non essendo un toscano. E la dottoressa De Lauretis: mi ha scelto per la guida del dipartimento quando si è realizzata la nuova Usl, una donna che ha dato tantissimo a questo territorio e alla Regione Toscana. Credo che se esistesse un premio alla carriera dovrebbe essere assegnato a lei. Ma la mia lista non è finita qui».

Continui prego…

«Voglio ringraziare le persone che in tutto questo periodo mi hanno aiutato a gestire e a crescere professionalmente, medici e infermieri, personale non sanitario del mio reparto. Sono stati splendidi, tutti, con lavoro quotidiano e senso di identità hanno contribuito allo sviluppo di un reparto che è cresciuto davvero, se si pensa che all’inizio era una costola della Rianimazione: ho avuto tre caposala molto brave Dina Malvaldi, Franco Antoni e Cristina Bini, con quest’ultima ho traghettato il reparto nella nuova sede. Con tutti loro non ho mai dovuto insistere, sono sempre stati immediatamente disponibili: in un gruppo di lavoro se non c’è identità comune, un filo che ci lega tutti è difficile andare avanti. L’ultimo grazie voglio dirlo a Stefano Bianchi (primario di Nefrologia dell’ospedale di Cecina, pensionando anche lui, ndr), con cui ho condiviso tutto il mio periodo di formazione e lavoro, in un rapporto reciproco di crescita che continua tuttora e che è parte della mia vita professionale e non».

Perché un laureato in Medicina decide di fare il Nefrologo?

«Io mi sono laureato nel 1977 e l’anno dopo uscì la possibilità di fare un tirocinio specialistico per accedere a reparti specialistici, una specie di temporanea parificazione fra specializzazione e tirocinio, nata probabilmente dalla difficoltà che già c’era allora nel trovare specialisti. Con Stefano ci trovammo due opzioni davanti: Anestesia Rianimazione o Nefrologia. La signora Benetti, allora caposala della Rianimazione, me lo ricordava sempre: c’erano due camici pronti per noi che non sono mai stati utilizzati. Scegliemmo di curare le malattie dei reni: sei mesi dopo tornammo a Livorno, nella stessa struttura di Rianimazione, che comprendeva anche la dialisi, ma ci tornammo da nefrologi. Fu lì che nacque il primo seme della Nefrologia voluta da Baldari e poi sviluppata da noi».

Anche negli Stati Uniti andò con Bianchi…

«C’è stata una continua di voglia di crescita, di cimentarsi con altre realtà fuori da Livorno e capire che cosa attingere. Siamo stati in giro per cercare di prendere tutto ciò che era possibile, a Milano per la biopsia renale, a Firenze per l’ecografia renale, fino al periodo degli Stati Uniti, dove non solo abbiamo visto una realtà diversa, come quella che anni dopo abbiamo visto in Nicaragua, ma dove abbiamo avuto le esperienze che ci hanno permesso di fare ciò che abbiamo fatto. Senza gli Stati Uniti sarebbe stata più difficile l’attività di ricerca clinica e forse sarebbe andato tutto in un altro modo».

Partendo da zero, in quarant’anni la Nefrologia di Livorno è diventata un punto di riferimento a livello nazionale ma soprattutto una garanzia per le famiglie livornesi che sono dovute passare da qui: andare nel reparto del Baldari, e poi del Bigazzi significa sapere di essere in mani buone...

«Essere riconosciuti come un riferimento prima regionale e poi anche nazionale dà il segno del lavoro che abbiamo fatto. Mi diceva sempre Baldari: Roberto, ti conoscono negli Stati Uniti ma nessuno ti conosce al Gabbro. Fortunatamente non aveva ragione e so che il dottor Baldari è stato contento nel vedere che non è andata così e che quel gruppo di lavoro ha generato due primari e probabilmente è in grado di generarne altri due, e ha creato pure un presidente della Società italiana di Nefrologia (lo stesso Bianchi, ndr). Questi traguardi non si raggiungono se non hai credibilità, noi ce la siamo costruita».

Non ha mai avuto l’ambizione di una carriera diversa? Livorno alla fine è “solo” un grande ospedale di provincia…

«Quando studiavo Medicina, per andare a Pisa passavo davanti a quest’ospedale e mi domandavo se un giorno avrei lavorato lì e se quello era il posto giusto a cui ambire. Ora posso dire di sì, lo è stato. E penso di aver costruito una realtà che oggi è solida, che va con le proprie gambe, che non ha più bisogno di Roberto Bigazzi».

Ci faccia una fotografia della Nefrologia che oggi i livornesi troveranno senza di lei.

«Un reparto solido, in grado di gestire le complessità che oggi vengono richieste. Negli ultimi due tre anni – quando l’attività di dipartimento mi ha molto coinvolto – mi ero volutamente sottratto un po’ alla quotidiana gestione del reparto anche per la voglia di far crescere le persone che inevitabilmente avrebbero dovuto continuare da sole dopo di me. Sono convinto di lasciare professionalità che possono rappresentare il futuro di questa città per la Nefrologia ma anche essere di aiuto per altre zone».

Chi guida il reparto adesso?

«La reggenza temporanea è stata affidata al dottor Enrico Montagnani, che ha dieci anni meno di me. Conosce i tempi, i modi, l’ospedale. È una delle ricchezze di questa città dal punto di vista nefrologico».

C’è una foto nel nostro archivio che descrive bene il dottor Bigazzi: la scattammo il giorno del trasferimento della Medicina dal quinto al secondo padiglione. Lei è immortalato con un camice blu mentre spinge un letto nei corridoi dell’ospedale. Quella mattina ricordiamo che ne spostò molti su e giù. Non esattamente il lavoro del primario…

«Ricordo bene quel giorno: il direttore dell’ospedale era arrivato da non molto e doveva gestire questo primo trasferimento, io invece ne avevo già fatti diversi. Ero io a dover rassicurare lui. E ho spinto un letto perché bisognava fare velocemente. Voglio dire: quella foto era anche espressione del momento».

Dunque lo fece solo perché c’era bisogno di spingere?

«Non solo: quel gesto è anche il motivo per cui tante volte mi criticano, perché faccio le cose in prima persona e non le faccio fare agli altri. Ho sempre interpretato il mio lavoro con un diretto coinvolgimento, se devi chiedere una cosa a una persona bisogna che tu la sappia fare e la faccia. Credo molto all’attività del gruppo, che si tiene unito se ti sporchi le mani in qualche modo. Io sono portato a risolvere, se c’è un problema pratico lo affronto. Anche negli ultimi giorni della mia attività, c’è stato un problema importante che tuttora esiste, la criticità della situazione di alcune specialistiche in alcune zone della provincia, in particolare Piombino ed Elba: mancavano i nefrologi e sono andato io. Era un atto dovuto certamente, però non mi sono fatto remore, non c’ho pensato due volte».

Ha tamponato un’emergenza ma non risolto il problema…

«Vero: ma per me prima si fa e poi si discute. Dopo aver tamponato è necessario trovare poi una soluzione che sia strutturata e duratura».

Anche lei, come il primario di Cardiologia Baldini, va via due anni e mezzo prima del tempo. Perché?

«Gli anni del dipartimento sono stati anni belli. Al di là di come uno possa giudicare la riforma di Rossi e la realizzazione delle tre aree toscane (che poi sono sei), nella mia percezione l’aver avuto modo di essere parte attiva di questa organizzazione è stata un arricchimento enorme. Mi ha permesso di conoscere realtà diverse da quella a cui ero abituato, conoscere professionisti di grande valore, cimentarmi con una complessità ancora più elevata rispetto a quella che avevamo noi come dipartimento delle aree mediche di Livorno e provincia. Il mio impegno è stato finalizzato a fortificare, esaltare e accrescere la qualità dei servizi nei punti di eccellenza; ma anche garantire le attività nelle piccole realtà che hanno sempre sofferto, penso a Lunigiana e Garfagnana, organizzare la Medicina all’Elba, trovare i medici quando mancavano, è stata una sfida che mi ha molto gratificato. Grazie a De Lauretis e alle persone che ho conosciuto e hanno condiviso quest’avventura del dipartimento che non è stata facile, perché c’è sempre diffidenza quando arriva qualcuno che deve organizzarti. Ci tengo a ringraziare anche i responsabili delle aree del mio dipartimento, il dottor Andreini che ora ha preso il mio posto, il nefrologo Vincenzo Panichi, Renato Galli, neurologo di Pontedera, e Spartaco Sani. Abbiamo interpretato il dipartimento in maniera vera, muovendoci fisicamente nelle varie realtà. C’era una sintonia importante con la dirigenza generale e sanitaria di quel periodo».

Con quella attuale un po’ meno? È per questo che se ne va?

«Ultimamente ho sentito un po’ meno questa sintonia e i rapporti, forse complice il Covid, si sono un po’ annebbiati, velati».

Cosa non le è piaciuto della gestione attuale?

«Su alcune scelte che sono state proposte dalla direzione – per esempio la rivisitazione dell’organizzazione dipartimentale che è stata proposta dall’azienda ma poi bloccata dalla Regione - non ero d’accordo. E quindi…».

Se n’è andato prima…

«Non è che abbia anticipato l’uscita di 10 anni. Ho scelto di interrompere questo rapporto per fare altre cose: ricerca e cooperazione».

Solo questo?

«Ho dei rimpianti. È noto quanto sia stato sempre fortemente convinto della necessità che Livorno avesse un nuovo ospedale. Lo credevo al primo progetto e anche in seguito, anche se questo mi ha portato a posizioni contrastanti con l’attuale dirigenza».

Il rimpianto qual è?

«Sono due in particolare: 1) non poter concludere la mia attività lavorativa nel nuovo ospedale; 2) non essere stato coinvolto come dipartimento, non come Bigazzi, nella progettazione dell’ospedale. Non so se altri dipartimenti sono stati convolti, ma il mio no...».

Alla fine però la sua tesi ha vinto: si era fortemente opposto alla realizzazione del monoblocco all’interno del perimetro ospedaliero come era stato proposto inizialmente da questa direzione. E infatti il primo progetto della gestione Casani è stato stravolto.

«Mi ha fatto piacere aver letto sul giornale che l’attuale direzione ha convenuto sulla mia posizione. Ero contrario al monoblocco all’interno dell’ospedale, seppur fosse un progetto nuovo rispetto alle idee dei 5 Stelle. E dissi chiaramente quel che pensavo, cioè che quell’opzione avrebbe ostacolato l’attività ospedaliera già ingarbugliata. Per questo motivo finii in contrasto con la direzione. Ora noto con piacere che hanno convenuto che è un valore aggiunto costruire l’ospedale fuori non all’interno. Dunque avevo ragione».

Cosa farà adesso il dottor Bigazzi?

«Continuerò la ricerca, continuerò a fare il nefrologo in Nicaragua con la cooperazione internazionale e avendo sempre avuto come idea di base il concetto di salute come bene pubblico andrò a fare volontario alla Svs».

Quando?

«Fin da subito: giusto il tempo per organizzare un’attività che peraltro mi fa molto piacere e in cui andrò a trovare un’infermiera che con me ha condiviso un esaltante momento di ricerca clinica in giro per le scuole d’Italia, Francesca Nistri».

Si riferisce a quando andaste a misurare la pressione e il sale nelle urine di centinaia di ragazzi pugliesi, livornesi e lombardi...

«Fu uno studio molto ben pubblicato e citato, frutto di una importante finanziamento del ministero della Salute. Quando parlo di crescita del reparto penso anche all’importanza di Livorno nell’intercettare queste cose. È stato un continuo, non una meteora: tutti i nostri progetti sono stati accettati e finanziati e non è scontato se non sei un istituto di ricerca o una università. È un valore che lascio in patrimonio».

43 anni col camice. Forse non c’è famiglia a Livorno che non abbia avuto a che fare con lei o col suo reparto.

«È molto probabile che in ogni famiglia livornese almeno una persona sia stata intercettata dalla nostra attività. È quello per cui si lavora: non necessariamente per curare ma anche per prevenire e magari con l’attività ambulatoriale siamo stati in grado di rallentare la progressione della malattia. La nefrologia a Livorno è nata facendo la dialisi alle persone all’ultimo passo di una malattia cronica. Ma è cresciuta e ha permesso a tante persone di poter vedere con una prospettiva diversa la propria situazione clinica che sarebbe stata più rapidamente compromessa dall’esito della malattia renale».

Le mancheranno i suoi pazienti?

«Mi mancherà la contentezza di una persona che sa di essere chiamata a un trapianto, uno dei lati che ti fa riflettere sulla vita e ti gratifica. E anche le parti non belle del mestiere: la sconfitta nei confronti della malattia fa parte del bagaglio professionale di qualsiasi medico. Andrò a fare un lavoro diverso, ma posso dare un contributo di consulenza là dove sia richiesto».

E poi c’è la sua missione in Nicaragua che continua.

«Nell’ultima missione abbiamo svolto per la prima volta attività chirurgica, che ho fatto io, nella preparazione dell’accesso vascolare per l’emodialisi per la quale occorre fare una fistola: è incredibile vedere la gioia nella faccia delle persone che in un paese così povero e arretrato aspettano da mesi, o anche anni, la possibilità di fare una fistola perché devono andare nella capitale Managua per farla. O quando vedi la gratitudine delle persone che visiti in ambulatorio e gli dai consigli su come gestire problemi renali in un paese dove siamo presenti per la prevalenza malattie renali e contribuiamo per far sì che le cose siano più chiare dal punto di vista delle cause dando una mano alla gestione quotidiana dell’insufficienza renale. I sorrisi che perderò a Livorno, li ritroverò lì».

C’è un ricordo bello che ha voglia di condividere?

«Tutte le storie felici sono quelle con un esito felice: quando riesci con la tua opera a migliorare la prospettiva di vita di una persona che si affida a te. Che sia averla accompagnata a un trapianto o riuscire a recuperare da una malattia renale acuta, riuscire a fare un accesso vascolare difficile in una persona che ne aveva già provati senza riuscirci. Tutte queste cose danno gratificazione, come amareggiano gli insuccessi e tutti li abbiamo avuti e ce li portiamo dietro in maniera più pesante, perché le cose belle passano, rimane invece il peso di quel che non sei riuscito a gestire».

© RIPRODUZIONE RISERVATA