In America studiano la nostra alluvione, il prof livornese negli Usa: «Ora quel disastro si potrebbe prevedere»

Su una rivista internazionale il lavoro dei ricercatori italiani. Intervista al professor Cerrai, docente all'università del Connecticut

LIVORNO. Un’alluvione come quella di Livorno del settembre 2017 ora si potrebbe prevedere, con adeguate risorse a disposizione. Uno studio scientifico accuratissimo pubblicato sulla rivista scientifica “Water” va in questa direzione.

L’idea di partenza è del professor Diego Cerrai, livornese trentunenne, trapiantato negli Stati Uniti per inseguire il suo sogno: la meteorologia ai massimi livelli.


Cerrai – che la notte dell’alluvione dal Nord America si era accorto che qualcosa a Livorno non andava e aveva provato ad avvertire amici e familiari – adesso insegna nel Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale all’Università del Connecticut ed è Manager dell’Eversource Energy Center all’Università del Connecticut.

Il giovane scienziato è arrivato negli Usa dopo una laurea triennale in Fisica a Pisa e una laurea magistrale in “Fisica del sistema Terra” a Bologna. Lì ha conseguito poi un dottorato in ingegneria ambientale all’università del Connecticut. Attualmente è responsabile di sette progetti di ricerca universitaria per conto di compagnie elettriche ed agenzie federali. Uno di questi progetti consiste nel fare previsione di blackout per otto milioni di persone nel Nordest degli Stati Uniti. Cerrai è anche co-fondatore della start-up ACW Analytics, recentemente convertita nella società “Whether, Inc”. Questo è l’uomo dietro allo studio su Livorno, che non ha realizzato da solo.

Gli altri nomi coinvolti sono i dottori Valerio Capecchi, Andrea Antonini, Riccardo Benedetti, Luca Fibbi, Samantha Melani, Luca Rovai e Antonio Ricchi. Il lavoro ha un titolo molto tecnico: Assimilating X- and S-Band Radar Data for a Heavy Precipitation Event in Italy, ma nella sostanza è decisamente pratico. Individua possibili criteri per elaborare i dati durante le precipitazioni e permette di capire, attraverso modelli, dove potrebbe arrivare la forza dell’evento.

Le parole dell’introduzione al saggio sono come coltelli per i livornesi: “Durante la notte tra il 9 e il 10 settembre 2017 più inondazioni improvvise e rapide associate a fortissime precipitazioni colpirono la città di Livorno, sita in Toscana, Italia. Le precipitazioni sono state di oltre 200mm in due ore, una quantità mai registrata in 200 anni che ha causato l’alluvione di molte zone della città. Attraverso l’acquisizione dei dati del Lamma (il centro meteorologico toscano) al momento dell’evento e i dati delle stazioni di terra abbiamo costruito uno studio previsionale con simulazioni sull’evolversi di questo tipo di evento”.

Professor Cerrai, come è nata l’idea di studiare il fenomeno avvenuto a Livorno?

«Ciò che è successo a Livorno mi ha toccato molto. Vedere in tempo reale, dagli Usa, tramite dati da satellite e di fulminazioni, cosa stava accadendo quella notte senza poter far nient’altro che svegliare la mia famiglia per sincerarmi che stessero bene, mi ha fatto sentire inerme di fronte a qualcosa che deve essere evitato. E ci sono almeno tre modi per evitarlo: la prevenzione (negli anni), la previsione (da qualche giorno prima a qualche ora prima) e l’osservazione (durante l’evento)».

Partiamo dall’osservazione.

«Deve essere collegata alla capacità di agire immediatamente. Negli Stati Uniti, quando c’è pericolo imminente (per esempio basato sull’osservazione di un tornado tramite radar), a qualsiasi ora del giorno o della notte, tutti i cellulari squillano e non smettono finché non si preme un tasto, leggendo quindi il messaggio (l’allerta tornado mi ha svegliato alle 4 di notte)».

La prevenzione è un tema molto più ampio...

«Dipende dalla politica, che non è il mio campo».

E poi c’è la previsione: questa è materia vostra.

«La previsione è ciò a cui sono da sempre interessato. Purtroppo fenomeni come quello di Livorno, non sono prevedibili se non qualche ora in anticipo. Ed anche a poche ore dall’evento ci possono essere grandi errori sulla localizzazione e sull’intensità. Da ricercatore mi sono quindi chiesto se possa essere fatto qualcosa per migliorare questa previsione».

E la risposta qual è stata?

«Lo studio che abbiamo fatto dimostra che un modello meteorologico capace di acquisire dati di stazioni e meteorologiche e dati radar fino a tre ore prima di un evento estremo ha la capacità di prevedere la posizione di quell’evento con un errore di pochi chilometri, invece che di diverse decine di chilometri, e la quantità di pioggia con un errore di qualche millilitro, invece che diverse decine».

Con chi ha lavorato a questo progetto?

«Ho contattato diversi ricercatori italiani per creare un gruppo di lavoro che potesse studiare il fenomeno. Ho avuto pieno supporto da parte del Consorzio Lamma, che ha messo a disposizione i propri modelli ed ha completato le simulazioni numeriche. Insieme a quelli del Lamma hanno collaborato altri ricercatori fanno parte del Cnr, dell’Università dell’Aquila e del Max Planck Institute di Amburgo. Ho avuto pieno supporto da tutti perché il miglioramento della previsione meteorologica tramite l’inclusione di dati osservati fino a poche ore prima di un potenziale evento estremo è un argomento scottante, vista l’intensificazione degli eventi estremi causata dai cambiamenti climatici».

In sostanza cambia completamente l’approccio alle previsioni meteo estreme?

«Localizzare e quantificare correttamente un evento del genere è fondamentale per agire non quando l’evento sta accadendo, ma qualche ora in anticipo. E queste sono situazioni in cui ogni minuto conta».

Il disastro di Livorno servirà per prevenire altre sciagure simili?

«Quando prevenzione, previsione e capacità di agire saranno ben integrati in un sistema capace di proteggere prima che una sciagura accada e non di reagire dopo di essa, solo allora potremo dire di essere in grado di prevenire, al meglio delle nostre possibilità, che eventi simili accadano di nuovo. Dopo il disastro di Livorno, la città si è sensibilizzata sull’argomento, e ho visto diversi progetti orientati verso la prevenzione, altri progetti, simili al mio, sulla previsione, e spero che a livello nazionale venga fatto qualcosa per coordinare la capacità di agire in tempi brevi quando il pericolo è imminente. Comunque tutto ciò non è abbastanza, e molto ancora deve essere fatto per avere un sistema che protegga la popolazione sotto tutti gli aspetti».

Si è sentito coinvolto in prima persona in questo studio?

«Ritengo che sia anche una mia responsabilità, in quanto scienziato, continuare a mantenere alta l’attenzione su problemi ai quali non si pensa finché non accadono. Quando le cinture di sicurezza in auto sono state rese obbligatorie, non erano ben viste da tutti, ma hanno salvato un’enorme quantità di vite ed ora la percezione comune è cambiata. Investire in progetti di prevenzione e previsione è mettere una cintura di sicurezza alla città: non pensi mai che possa servire proprio a te, ma quando meno te lo aspetti ti salverà la vita».