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In un anno a Livorno operati 245 tumori alla mammella, il primario Barellini: «Ne abbiamo trovati molti in fase avanzata»

Al centro Leonardo Barellini, primario di Chirurgia oncologica ricostruttiva della mammella, insieme ai chirurghi Matteo Bardelli e Simone Miccoli

È alla guida del reparto di Senologia: «Prevenzione fondamentale e invece tante pazienti hanno rinviato i controlli per paura del Covid». I sintomi davanti a cui insospettirsi

Nel 2021 i chirurghi della Senologia dell’ospedale di Livorno hanno eseguito 440 interventi. 245 di questi per carcinoma della mammella. Venti al mese, cinque ogni settimana. I restanti per lesioni dalla potenziale evoluzione maligna e per chirurgia ricostruttiva.

Sono numeri importanti, che raccontano di una patologia diffusa ma anche di un reparto che seppur giovanissimo (è stato fondato nel 2017 da Donato Casella, ora primario a Siena), si sta affermando come punto di riferimento in Toscana dopo i tre centri universitari, per l’affidabilità dei suoi medici e per le tecniche chirurgiche adottate, permettendo alle donne livornesi di non dover più “emigrare” a Pisa ad operarsi.


A guidarlo da due anni c’è il dottor Leonardo Barellini, classe 1970, livornese.

Barellini, quanto è cambiata la chirurgia della mammella negli ultimi anni?

«Il primo obiettivo che ci poniamo di fronte a una diagnosi di tumore è la radicalità oncologica, vale a dire la rimozione completa del tessuto neoplastico. Ma essa non può bastare: contestualmente è necessario ottenere il miglior risultato ricostruttivo, che eviti cicatrici ritraenti e avvallamenti, salvaguardando volume, forma e profilo del seno, anzi di entrambi i seni».

Significa che operate anche il seno non colpito da patologia?

«In tutti i casi in cui è indicato sì: proponiamo l’intervento di ricostruzione non solo dal lato in cui si trova il tumore, ma anche sul controlaterale in modo da dare un adeguamento e ottenere una buona simmetria di forma, volume e profilo su entrambi i seni».

Questo raddoppia il vostro lavoro. E anche i tempi?

«Sì, di fatto facciamo due interventi in uno. Ma è un passaggio importantissimo per garantire il miglior esito ricostruttivo estetico. E infatti lo proponiamo in tutti i casi indicati, che sono attorno al 70-75% delle pazienti».

D’altra parte il buon risultato estetico oggi è considerato parte fondamentale del percorso di cura.

«Quando la paziente si guarda allo specchio, l’asimmetria tra i due seni porta a ricollegare la mente alla malattia. Una buona ricostruzione fa superare meglio l’evento tumore. È la proposta che i centri moderni di senologia devono fare».

Uno dei problemi dell’ospedale sono gli spazi in sala operatoria. Con l’allungamento della durata degli interventi riuscite a gestire le liste d’attesa?

«Entro trenta giorni dalla diagnosi di carcinoma deve cominciare il percorso di cura, che nella maggior parte dei casi è l’intervento chirurgico di asportazione, talvolta preceduto da chemioterapia. Dunque entro 30 giorni la paziente deve essere in sala operatoria o iniziare la chemio. Sono tempi dettati dalle normative regionali che rispettiamo, talvolta riducendoli».

Quante sale ha disposizione ogni settimana?

«A Livorno operiamo due giorni a settimana, entriamo la mattina e finiamo spesso a sera. Ogni intervento ha durate significative proprio perché interveniamo su entrambi i seni. Per avere più sale a disposizione nel 2021 abbiamo operato un terzo giorno a San Rossore. Credo che la convenzione sarà confermata nel 2022».

Si muove l’equipe del reparto?

«Ci muoviamo noi medici».

Quanti chirurghi ha in squadra?

«Siamo in tre, io, Matteo Bardelli e Simone Miccoli».

Equipe molto giovane: sono entrambi under 40...

«Sono due chirurghi che hanno solide competenze nel ramo della senologia. Sono molto bravi ed eseguono interventi come primi operatori. È la nuova generazione che si sta formando».

Fino a non molto tempo fa avevate un chirurgo plastico nell’equipe.

«È sempre stato il chirurgo senologo a fare la parte demolitiva e nel tempo le due figure sono confluite portando ciascuna il proprio bagaglio culturale per formarne una completa. Oggi proponiamo questo modello».

La Breast Unit non è solo chirurgia del seno, ma un gruppo più ampio: funziona?

«È una struttura multidisciplinare composta dal direttore dell’Oncologia Giacomo Allegrini, dalla direttrice di Radioterapia Luciana Lastrucci, dalla dottoressa Panconi, nuova responsabile della Radiologia senologica di Livorno, Cecina, Piombino ed Elba, dal dottor Viacava dell’Anatomia patologica. Il fulcro di tutto è Dania Siciliano, l’infermiera dedicata della Senologia, punto di raccordo fra medici e pazienti. Il suo ruolo è delicatissimo».

Quando le donne hanno una diagnosi di tumore al seno che cosa trovano qui?

«Davanti alla notizia la donna è sconvolta, vive un momento nel quale cambiano le priorità. Il professionista deve indicarle chiaramente il percorso di cura. In questi anni mi sono reso conto di quanto sia importante comunicare la diagnosi alla paziente: un tempo si nascondeva, ora è fondamentale stabilire la giusta comunicazione. Dopo un primo momento di difficoltà e paura, quando le donne vengono prese in carico si sentono rassicurate. Sanno che c’è un percorso davanti a loro, una struttura che le guida in tutte le tappe. Di questo percorso sono parte integrante anche i medici di medicina generale coordinati dal dottor Angeletti. E le associazioni del territorio».

La loro attività è intrecciata a quella del suo reparto.

«Il ruolo delle associazioni è fondamentale. Voglio citare Rosaria Sponzilli per Livorno Donna, per il sostegno, l’indirizzo, il confronto che la sua associazione offre alle donne che vivono l’esperienza del tumore. Quando una donna ha una diagnosi di tumore, lo dice e trova intorno a sè tante persone che vogliono consigliarla sul percorso migliore, finendo per andare in confusione. Le associazioni invece offrono punto di vista oggettivo, non legato all’esperienza personale di un solo soggetto. Organizzano incontri con lo psico-oncologo, la riabilitazione, corsi, sono il punto di collegamento tra la società civile e la struttura ospedaliera».

La sopravvivenza per il tumore alla mammella è migliorata negli ultimi anni.

«La sopravvivenza a cinque anni è al 90 per cento. Le nuove possibilità di cura permettono di migliorare costantemente non solo la sopravvivenza ma anche la loro qualità di vita, il che è fondamentale. In molti casi il tumore della mammella diventa un evento della vita di una donna, negativo, ma superato. La diagnosi precoce significa un’altissima possibilità di guarigione».

Dopo l’intervento quanto tempo serve per ricominciare una vita normale?

«Le pazienti restano ricoverate una notte, le dimettiamo il giorno dopo l’intervento, permettendole di tornare subito al loro ambiente, alle loro attività. La ripresa delle attività quotidiane può avvenire subito, per lo sport tre settimane. In alcuni casi ci può essere un secondo intervento, solo per le mastectomie».

Diagnosi precoce significa prevenzione, cioè screening. L’età delle donne coinvolte si è abbassata.

«Dai 45 anni ai 50 sono previste mammografie annuali».

Ma a quell’età non c’è la chiamata diretta dell’Asl.

«Fino ai 50 anni per entrare nel percorso devono presentare al Cup la richiesta di mammografia per prevenzione, con la prescrizione del proprio medico. Da quel momento entrano nello screening. Dai 50 anni ai 74 anni la chiamata è diretta da parte dell’Asl e le mammografie sono biennali».

Perché annuale per le 45enni?

«Perché nella fascia 45-50 c’è la maggiore percentuale di crescita più rapida dei tumori. Mentre l’età di maggior incidenza del tumore della mammella è 50-70 anni».

La mammografia si può sostituire con l’eco?

«No, la mammografia è l’unico sistema di screening, l’ecografia trova indicazioni in pazienti sintomatiche a completamento della mammografia. Tante donne richiedono l’eco per prevenzione, ma non è un sistema di prevenzione».

Se la mammografia evidenzia sospetti o c’è un sintomo cosa succede?

«Si fa un triplo test: visita, eco e mammografia e tipizzazione con l’agobiopsia».

Quali sono i sintomi davanti a cui insospettirsi?

«Noduli, ritrazione cutanea o del capezzolo, secrezione ematica, ulcerazione del capezzolo, avvallamento».

Nell’ultimo biennio di Covid ha notato una minor attenzione nella prevenzione?

«Purtroppo sono arrivati vari tumori avanzati, a causa di controlli rinviati per la paura di andare in ospedale. Le persone sono assorbite dalla pandemia e ritardano i controlli e gli approfondimenti davanti a certi sintomi. E invece la diagnosi precoce è fondamentale e lo screening è la vera arma per farla e garantire i migliori risultati di sopravvivenza e di qualità di vita. Un conto è togliere un tumore di 8 millimetri, un conto di 3 centimetri».

Quando si parla di Senologia si intendono sempre pazienti donne, ma qui passano anche gli uomini.

«Il carcinoma della mammella è molto raro nel genere maschile. L’anno scorso ne abbiamo operati tre. Quando hanno la diagnosi rimangono frastornati. Per gli uomini non c’è screening, si presentano solo pazienti sintomatici per un nodulo. Anche loro hanno un percorso di cura come le donne, i trattamenti sono sovrapponibili, ma non si fanno interventi conservativi».

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