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Alluvione a Livorno, il pianto di dolore del figlio di Vestuti dopo la sentenza: «Una delusione»

I coniugi Garzelli, genitori di Glenda Garzelli e nonni del piccolo Filippo Ramacciotti (foto stefanini/silvi)

In aula anche i genitori di Glenda Garzelli, nonni del piccolo Filippo Ramacciotti: «Le verità sono sempre due, quella giudiziaria e l’altra, spiegatelo alla città»

LIVORNO. La lettura della sentenza è veloce. I termini tecnici sfuggono e si accavallano, ma il significato è chiaro. E non è certamente quello che si aspettavano.

I parenti delle vittime della tragica alluvione, quei quattro – almeno – che ce l’hanno fatta a venire in tribunale, quasi non rivolgono neanche lo sguardo a Nogarin e Pucciarelli mentre questi sfilano dalla porta della camera di consiglio al primo piano di via Falcone e Borsellino.


Fino a un momento prima cercavano di cogliere un presagio nelle espressioni dei loro profili, o in un movimento delle spalle.

Ora restano in piedi, disorientati all’interno dei pochi metri quadri a disposizione delle parti civili. Si voltano in direzione dei propri legali nella vana speranza di non aver compreso ciò che è appena accaduto, cercando un appiglio al quale aggrapparsi per reggere ancora fino alla prossima udienza.

Sono le 17,30. Fuori è ormai buio, dentro l’aula Bassano invece il tempo si dilata nella luce neutra.

L’avvocato cerca di spiegare le ragioni della sentenza preliminare, indovinando le possibili motivazioni della Corte e le probabili implicazioni che esse comporteranno.

«Una delusione». Sono le uniche due parole che riesce a pronunciare AndreaVestuti, figlio di Roberto Vestuti (una delle otto vittime, nella sua abitazione di via Sant’Alò), prima di soccombere all’emozione trattenuta fin troppo a lungo, quasi lottando contro la mascherina diventata una gabbia sul volto. Le domande dei giornalisti sarebbero inopportune.

Da quella terribile notte sono passati quattro anni e mezzo. Fra un’udienza e l’altra il ricordo dei propri cari ha cercato di affievolirsi, per tornare vivido a ridosso della successiva. Il dolore, invece, è diventato il compagno inseparabile e della vita di ogni giorno.

Quella pronunciata ieri è la prima sentenza. Difficile da comprendere e faticosa da digerire.

«In merito alla questione c’è tutto ancora da capire», commentano invece con voce ferma – ancora a caldo – i coniugi Garzelli, genitori di Glenda Garzelli e nonni del piccolo Filippo Ramacciotti, entrambi travolti e uccisi da acqua e fango nell’abitazione di viale Nazario Sauro, all’angolo con via Rodocanacchi, insieme a Simone Ramacciotti e al padre di lui, Roberto.

La sentenza non avrebbe mai avuto il potere di restituire a chi è rimasto i propri cari, ma avrebbe potuto dare loro giustizia. Le speranze non erano molte ma erano molto di ciò che loro avevano. E così, alla perdita si aggiunge un senso di sconfitta quasi palpabile.

Pucciarelli (ex comandante della polizia municipale, oggi in pensione ma allora a capo della protezione civile comunale) aveva chiesto l’assoluzione ed è stato assolto per due capi d’imputazione perché il fatto non sussiste, per il terzo perché il fatto non costituisce reato. Dalla prospettiva dei parenti sembra quasi una posizione strumentale per addossare tutta la colpa a Nogarin, che dovrà difendersi dall’accusa di omicidio colposo plurimo; aveva chiesto il non luogo a procedere.

«Le verità sono sempre due», proseguono ancora i coniugi Garzelli, che precisano: «Quella giudiziaria e l’altra». Le tante domande restano senza una risposta la sentenza ha il sapore di una non-risposta.

«Ho piacere che questo pomeriggio ci sia qui la stampa», confessano ancora i Garzelli al taccuino del cronista de il Tirreno, sottolineando: «Voi avete il dovere di spiegare che cosa è successo».

Spiegare a una città che più volte ha ricordato, anche sfidando il Covid, gli otto scomparsi. Spiegare a una cittadinanza intera l’esito di un processo preliminare con otto vittime e ancora nessun responsabile. Forse non è questo l’appiglio che cercavano.

Le ore 10 di giovedì 12 maggio, il momento in cui l’ex sindaco di Livorno sarà chiamato a tornare in aula, sono lontanissime nel tempo e nello spazio.

Ieri è stato il giorno della sentenza. Oggi, invece, è quello del rispetto e del silenzio. Domani, forse, lentamente, sarà quello delle prime telefonate e delle visite di amici e conoscenti; ai quali iniziare a spiegare, insieme ai quali cercare di capire.

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