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Ecco la causa pilota contro la Regione per risarcire i danni dell’alluvione

L’area dei Tre Ponti e la foce del rio Ardenza visti dall’alto all’indomani dell’alluvione del 2017

L’avvocato del comitato ha presentato il ricorso apripista: «Rio Ardenza mal custodito». Citazione per il 30 aprile

LIVORNO. Nelle 44 pagine piene zeppe di dati che lunedì 10 gennaio sono state notificate alla Regione Toscana, c’è tutto il lavoro che il comitato delle famiglie alluvionate ha portato avanti senza sosta e con una certa “testardaggine” – come direbbe il vicepresidente Francesco Archibugi – da quando Livorno è finita sott’acqua, quella maledetta notte tra il 9 e il 10 settembre del 2017. Quattro anni di ricerche, domande, in qualche caso mancate risposte, anche documentazioni storiche e fotografiche che alla fine si sono concentrate nel ricorso che l’avvocato Gilberto Giusti ha presentato al tribunale delle acque pubbliche presso la Corte di appello di Firenze.

È l’inizio della causa pilota per chiedere alla Regione di risarcire in toto i danni causati dall’alluvione, in questo caso lungo il rio Ardenza. È pilota nel senso che a metterci direttamente la faccia per ora è un singolo privato, ma in caso di vittoria potrà fare da apripista per gli altri che hanno subito danni. E in questo senso assume a un importante valore simbolico il fatto che a esporsi in prima persona sia proprio il vicepresidente del comitato.


Come ripete il legale, l’azione poggia sull’ipotesi che nel tempo ci sia stato un «difetto di custodia del fiume», intendendo per difetto elementi come «scarsa manutenzione, mancato esercizio della pulizia idraulica, luci dei ponti non adeguate...» e così via. Perché contro la Regione? Perché in un ginepraio normativo che negli ultimi trent’anni si è molto diversificato, «sono comunque le Regioni che devono gestire il rischio idraulico».

Nell’aprile 2021 legale e famiglie avevano annunciato di essere quasi pronti a farsi avanti, ora ecco l’avvio del percorso sul fronte civile. «Abbiamo ulteriormente studiato le carte, messo insieme anche un rapporto storico importante, e questo è merito soprattutto del comitato», racconta l’avvocato: «Abbiamo aggiunto nuovi passaggi, ad esempio quello su Banditella. Anche attraverso ritagli del giornale, abbiamo verificato che negli anni Settanta l’area agricola che si trovava di lato ai Tre Ponti era una specie di cassa di espansione naturale dove finiva l’acqua del rio quando pioveva molto. Poi quando è stata scavata la galleria di Montenero, le terre di risulta sono state ammassate lì e sopra, anni dopo, è stato costruito il campo da golf. Un cenno storico per raccontare come ci sia stata sottovalutazione della pericolosità del fiume, che in realtà è uscito dagli argini tante volte». «Quando succedono eventi come quello del 2017 – chiosa – si sente spesso dire che sono stati eccezionali, che ha piovuto troppo. Poi, però, quando si rivede la storia, ci si accorge che certi fiumi hanno sempre avuto problemi. E allora ci si chiede: cosa sarebbe potuto accadere se fossero stati messi in sicurezza nel momento giusto?».

Archibugi ripete: «È un nostro dovere evidenziare questa situazione, capire cosa è accaduto e cosa si può fare perché non accada più». Il ricorso che porta la sua firma è per ottenere un risarcimento di 21.950 euro. Ma è utile ricordare che i sostenitori, ovvero coloro che hanno versato una quota a sostegno della causa, sono 30, compresi condomini interi di via Pacinotti e dintorni, che in totale hanno subito danni certificati per quasi un milione e mezzo di euro. La citazione è indicata per il 30 aprile.