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Addio Peter-Blacky, Banditella piange il clochard diventato l’amico di tutti

Peter Wessely detto Blacky alla festa dei suoi 60 anni insieme a don Paolo

Monsignor Razzauti: «da “assistito” era diventato “assistente”. Qui si sentiva a casa, era ormai parte della comunità»  

LIVORNO. Fosse una bella fiaba edificante, di quelle del catechismo d’una volta, basterebbero le date a dar l’idea d’un incantesimo o d’un segreto ordine delle cose: invece non è così. Anche perché Peter Wessely, classe ’60 – un omone grande e grosso con baffi lunghi così, fra Banditella e Antignano lo conoscevano tutti come “Blacky” – se n’è andato in punta di piedi per un aneurisma intestinale appena dopo l’Epifania. Ed è proprio la notte prima dell’Epifania il giorno in cui questa storia nasce, trentadue anni fa esatti esatti. Con un’altra morte: il 5 gennaio ’90 il cuore di Giuseppe Teoldi, senzatetto di 49 anni, certificato di nascita targato Bergamo, si ferma per sempre all’interno di quel rudere che era allora Villa Menicanti.

Erano i giorni in cui il potente Italo Allodi era in cerca di un patron per il Livorno e il potentissimo prof. Francesco Alessandro Querci prima di pensare alla fusione Libertas-Pielle diventa viene consacrato nell’Olimpo ministeriale della marina mercantile. I giorni in cui l’interporto sperava di decollare e il “popolo rosso” era diviso sulla fine del Pci. La morte di quel clochard è un cazzotto nella pancia di noi livornesi, sazi di dolci e pacchetti regalo. Un pugno soprattutto per via del fatto che il parroco della chiesa antignanese di piazza del Castello, un don Paolo Razzauti a quel tempo poco più che quarantenne, grida chiaro e forte dalle colonne del Tirreno: «Tutti lo conoscevamo, cosa abbiamo fatto?».


Quella tragica fine il prete se l’è sentita precipitare addosso. E quell’interrogativo se l’è sentito rivolgere dall’assessore dal quale è andato per chiedere di intervenire in aiuto di quei povericristi al freddo e al gelo: voi della parrocchia, cosa avete fatto? «Senza farne un santino, la storia di “Blacky” – dice ora monsignor Razzauti, che per tutti è ancora “don Paolo” – è una profezia: la possibilità di passare da “assistiti” a “assistenti”. Nel senso che si esca fuori dalla logica del pacco degli aiuti ai bisognosi e si allarga la comunità anche a chi ha fatto una scelta così diversa com’è vivere per strada: non è più un estraneo, forse un potenziale nemico, ma una parte di noi e del nostro mondo».

LA MADRE OREFICE

Del resto, cosa c’era di più “diverso” che rinunciare agli agi che avrebbe potuto garantirgli il negozio di gioielli che la madre aveva nel centro di Vienna? Ma Peter-Blacky era fatto così. E anche qualcun altro di quel giro di clochard aveva una storia simile: «Venne a trovarmi un signore borghese dalla Germania, – spiega Razzauti – faceva il direttore di banca. Era venuto a salutare il figlio che viveva in una roulotte qui da noi, voleva ringraziarmi per come l’avevo accolto». Eppure non era stato facile all’inizio: quel gruppo di clochard chiedeva l’elemosina nei pressi della vecchia chiesetta di piazza del Castello. Lo faceva con rispetto e senza dar disturbo: ma alla fin fine erano pur sempre il mondo delle signore in pelliccia di visone, da un lato, e quello di emarginati accampati in mezzo ai ruderi, dall’altro.

Possibile che non entrassero in conflitto a suon di diffidenze? No, non era possibile: all’improvviso si moltiplicarono le segnalazioni di furti fra Antignano e Banditella. Poteva tutto sparire fra retate e fogli di via, non fosse stato che il parroco si mise in mezzo e cominciò a fare il ponte fra quei due mondi: agli uni, chiedendo l’impegno a evitare di strafarsi di droghe e quello di darsi regole; agli altri, chiedendo solidarietà e rispetto anche di chi in nome della propria idea di libertà aveva fatto la scelta di vivere per strada.

Forse ancor più importante è il fatto che il parroco non ne abbia fatto una questione individuale o d’un piccolo gruppo: magari con qualche mediazione, forse anche con qualche fatica ma ecco che di settimana in settimana, di mese in mese, di anno in anno la propria disponibilità personale si trasforma in quella di una comunità man mano più larga, le (inevitabili) diffidenze si stemperano. La riprova sono ora gli oltre centoventi messaggi sul post con cui sul proprio profilo Facebook – ormai una piazza civica che va ben oltre i recinti delle sacrestie – monsignor Razzauti ha dato l’annuncio della morte di Peter: è la sua gente che racconta episodi, anche vicende buffe, storie di una familiarità insospettabile. Fra il senza fissa dimora e tanti parrocchiani di un quartiere-bene.

Don Paolo torna con la memoria a cavallo fra la fine degli anni ’80 e l’inizio del decennio successivo, a quel gennaio di oltre trent’anni fa in cui muore quell’uomo a Villa Menicanti: «Eravamo in pieno fermento per la formazione della Caritas parrocchiale: fu naturale – racconta via social – una domenica fermarmi ed iniziare a parlare con loro e fare domande», poi con la Caritas «iniziammo a portare loro coperte e generi alimentari».

IL SALTO IN AVANTI

Però c’è bisogno di fare qualche salto in avanti. Ad esempio, uscire dal rudere di Villa Menicanti: «La società di Spagnoli e Cagliata mette a disposizione un terreno in via Urano Sarti e dona un generatore di elettricità, noi della parrocchia comprammo una roulotte». Ad esempio, aggiungere alla costruzione della nuova chiesa di Santa Lucia anche qualcosa di più: «Volevo che vi fossero anche spazi che dessero l’idea di una concreta attenzione ai più poveri. Insieme a Vincenzo Cariello e Maurizio Pisà, contando sull’appoggio di Amerigo Poggiolini, abbiamo dato vita alla mensa Caritas che, dall’autunno di 24 anni fa, non ha smesso di dare pasti a centinaia di persone».

La scintilla che cambia questa storia e la fa diventare qualcos’altro? È semplice, basta mettere in contatto questi due poli: «Ok, quei ragazzi avevano fatto una loro scelta di vita e dovevamo rispettarla. Ma potevamo rompere le barriere che ci dividevano. Come? Da un lato, grazie al sindaco Gianfranco Lamberti, alla vicesindaca Paola Bedarida e successivamente agli assessori Valter Nebbiai e Fabio Del Nista, ho ottenuto dal Comune un terreno che dato in uso alla parrocchia poteva ospitare alcune roulotte per loro. E a loro chiesi di occuparsi della mensa, di raccogliere i vestiti per i bisognosi e di pulire il giardino». Già, perché Peter non era da solo: la sua era una piccola comunità, «ne facevano parte Franz, Hary, Pina, Rafael e Holgar».

SI SENTIVA A CASA

Diceva che in parrocchia si sentiva a casa: siccome per tutti aveva un nomignolo, ecco che fin dai tempi di monsignor Alberto Ablondi, con la talare nera con fascia episcopale, il vescovo era “Pinguino Reale”. Don Paolo era “Capo”. Ora è l’ex parroco a rendergli omaggio via social utilizzando quello stesso soprannome: «Ciao Capo, ora il Capo sei tu: noi ti ricorderemo con affetto e nostalgia nella speranza che il seme profetico che abbiamo messo nel terreno tanti anni fa non muoia, ma possa essere continuato da Rafael e da altri».

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