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Medico livornese muore di Covid a 71 anni. Per 8 anni è stato sindaco a Fauglia

Era stato tra i primi volontari a partire per il focolaio di Piacenza. Ex colonnello dell’Esercito aveva lanciato i tamponi gratis per i non vaccinati

È morto a 71 anni, ucciso da un’embolia polmonare da Covid, il medico livornese Alberto Rossi.

Era ricoverato in ospedale dal 27 dicembre. Dopo alcuni giorni al 2° padiglione il suo quadro respiratorio si è aggravato al punto che a inizio anno è stato trasferito in Rianimazione, dove non è riuscito a vincere la battaglia col virus.


Rossi era un personaggio conosciutissimo: per otto anni è stato sindaco di Fauglia, per cinque consigliere comunale d’opposizione col centrodestra e per trent’anni ha indossato le stellette come ufficiale medico dell’Esercito, prima all’ospedale militare di viale Carducci, poi alla brigata Folgore. Negli ultimi due anni è stato molto impegnato sul fronte del Covid: durante il lockdown, nei drammatici giorni del marzo 2020, era partito tra i primi volontari per l’ospedale Guglielmo da Saliceto di Piacenza, diventato uno dei luoghi simbolo in Italia della resistenza al coronavirus, distante appena 18 chilometri da Codogno, il luogo da cui tutto è iniziato.

«Sono in pensione dal 2011 – raccontava allora al Tirreno –, quando ho visto la tragedia che stava colpendo il nostro Paese, ho pensato che non potevo restare sul divano. Appena è stato lanciato il primo appello per la ricerca di medici, sapendo che la patologia più grave provocata dal virus è la polmonite interstiziale, ho dato la mia disponibilità. Sono specializzato in malattie dell’apparato respiratorio e sono vedovo. “Se non vado io chi deve andare?”, ho pensato. “Meglio che rischi uno che non ha una moglie che l’aspetta a casa”. E ho fatto domanda. Mia figlia mi ha brontolato: “Babbo, ci sono io, qui ad aspettarti”. Ma sono andato lo stesso, me l’ha detto il mio cuore. I miei figli ormai sono adulti».

Dopo alcuni mesi in prima linea Rossi era tornato a Livorno. L’esperienza di Piacenza gli aveva fatto maturare opinioni critiche verso la gestione dell’emergenza e con la schiettezza che l’aveva contraddistinto nell’attività politica, aveva ripetutamente espresso la sua posizione non conformista sul proprio profilo Facebook (ieri oscurato dalla famiglia), fino al punto da diventare il medico di riferimento del popolo dei non vaccinati.

Era stato intervistato anche da riviste estere e a maggio era salito sul palco del “No Paura Day” alla Terrazza Mascagni, dove aveva sostenuto con forza la possibilità di guarire dal Covid, partendo dalla sua esperienza in Emilia: «Abbiamo curato con cortisone, idrossiclorochina, eparina a basso peso molecolare e ho visto tutti i nostri pazienti guarire. Avevano tutti una polmonite interstiziale, questo mi ha dimostrato che si può guarire se si interviene in tempo e con i farmaci giusti», era la sua tesi. «Ma non sono un no-vax – sottolineava –, durante il militare ho fatto anche vaccini sperimentali e sono sopravvissuto».

E lo stesso concetto lo aveva ribadito in un’altra intervista al Tirreno appena tre mesi fa. «Non sono contrario al vaccino, però è un tema su cui sono molto prudente. La questione degli effetti avversi andrebbe approfondita e soprattutto non mi piace l’obbligatorietà».

A ottobre, quando le regole sul Green pass si erano fatte più stringenti, Rossi aveva lanciato la sua ultima iniziativa, romantica e provocatoria al tempo stesso: tamponi gratis per chi aveva bisogno del Pass e non era vaccinato. Raccontava ancora al Tirreno: «Tramite un amico farmacista ho acquistato alcune decine di tamponi antigenici rapidi a 3 euro ciascuno. E ne ho già ordinati altri. A breve inizierò ad eseguirli al prezzo di costo. Ci sono tante famiglie in gravi difficoltà economiche: spendere 10 euro, ma anche 7 euro ogni due giorni per poter lavorare può diventare insostenibile e allora ho deciso di aiutare queste persone: farò le certificazioni gratuitamente, mettendoci la mia professionalità, il mio tempo e tanta buona volontà».

«Papà era così», lo ricorda in lacrime la figlia Enrica Maria, insieme al fratello Francesco e alla zia Rita. «Si è sempre dato per gli altri; nonostante i rischi legati al virus, andava a visitare le persone, non ha mai lasciato soli i suoi pazienti. Era generoso e coraggioso e questi sono i valori che ci ha trasmesso. Dalla quantità di telefonate che stiamo ricevendo in queste ore, ci rendiamo conto di quanto bene abbia fatto. Si dava per gli altri senza dover avere qualcosa in cambio. Da anni era tra gli animatori principali del Sais, il servizio assistenza e informazione sanitaria organizzato negli spazi del centro di Don Nesi in Corea. Si tratta di un ambulatorio che faceva insieme a colleghi che volontariamente e gratuitamente visitavano e curavano i meno fortunati».

Al mondo del volontariato Alberto Rossi si era dedicato subito dopo la pensione e la scomparsa della moglie Maria Bagnasco, insegnante alle scuole medie Bartolena, avvenuta nel 2012.

«Il quartiere Corea è sempre stato considerato una realtà particolare, connotata da famiglie con problematiche varie accompagnate da condizioni economiche difficili – raccontava in un’intervista di qualche anno fa al settimanale della Diocesi –. Qui non mandiamo via nessuno, qualsiasi persona si presenti, viene curata».

Enrica ci tiene a distinguere con nettezza la posizione del padre dal mondo dei no-vax. «Babbo era un medico vaccinatore e ha fatto vaccinare me e mio fratello – racconta –. Ma non era d’accordo con l’imposizione per legge. In quanto medico voleva che emergesse il fatto che esistono delle cure, per questo diceva che il vaccino non è l’unica soluzione. Oggi purtroppo se non sei pro-vax sei no-vax. Voglio ricordare la sua generosità disinteressata, la sua disponibilità verso chi aveva bisogno di aiuto, il suo altruismo».

I funerali si svolgeranno questo pomeriggio alle ore 15 al Santuario di Montenero.