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Compra a 700 euro due rilevatori del gas: «Fregato col Pos». Rimborso della metà

Parla l’ex impiegato delle Poste Paolo Pecoriello, 77 anni: «All’inizio la cifra era diversa, poi ho visto l’estratto conto»

LIVORNO. Ha aperto la porta del suo appartamento a un venditore di una società di Brescia, acquistando (dopo aver firmato un contratto apparentemente regolare) due rilevatori di monossido di carbonio per 700 euro. Dispositivi che, in realtà, ne varranno appena una ventina. E che ha restituito esercitando il diritto di recesso subito dopo «essersi reso conto della fregatura», nonostante «mi abbiano rimborsato solamente 350 euro, la metà dell’importo pagato, giustificando tutta una serie di spese già sostenute e non rimborsabili».

A parlare è il settantasettenne Paolo Pecoriello, impiegato delle Poste in pensione, che nei mesi scorsi racconta di «essere stato raggirato» in via della Meridiana, la zona vicino all’ospedale dove abita, da un operatore di un’azienda lombarda che, prima dell’offerta tutt’altro che conveniente, «aveva tappezzato il condominio di volantini dove il prezzo non era esposto».


L’anziano parla dopo il caso – di cui ha raccontato Il Tirreno nelle scorse settimane – di una donna di 81 anni della Cigna che ha pagato, sempre per i due rilevatori di monossido di carbonio e sempre a un addetto di una società bresciana, 798 euro. «All’inizio – aveva raccontato la figlia della signora al nostro giornale – a mia madre aveva spiegato che la spesa sarebbe stata di 79,80 euro, poi quando le ha “prelevato” i soldi con il Pos dal Bancoposta, ha spostato la virgola e sono diventati 798. Al telefono, chiamando il numero indicato nel contratto, mi hanno avvertito che se li avessi denunciati non mi avrebbero rimborsata».

Pecoriello sarebbe stato vittima di una disavventura molto simile: «Questa persone – racconta – mi ha spiegato che i dispositivi costavano 70 euro, poi però con il Pos me ne ha presi 700. Sono andato subito alle Poste, per consultare l’estratto conto, e in effetti era la cifra che mancava. Alla polizia non ho sporto denuncia, ma solo segnalato questo comportamento poco trasparente. Ho tentato di bloccare la transazione, ma ormai non era più possibile».

Pecoriello ha quindi deciso di effettuare il diritto di recesso, possibile nei 15 giorni successivi all’acquisto. «Ho spedito i rilevatori all’indirizzo della società, che ho ricavato attraverso una visura alla Camera di commercio – sottolinea il settantasettenne – e dopo 15 giorni, e parecchi solleciti, mi hanno restituito solo 350 euro, la metà. Mi è stato spiegato che avrebbero sostenuto spese alte, e non rimborsabili, quindi per riavere l’importo pieno non mi sarebbe rimasto altro che intentare una causa civile. Ho detto no grazie, visto che di avvocato avrei speso molto di più. Ho preferito lasciar perdere».

Ora, però, venuto a conoscenza dell’altro caso emerso grazie alla testimonianza della figlia dell’ottantunenne, il pensionato vuole mettere insieme un «gruppo di raggirati per fare una causa collettiva». «Il comportamento dell’addetto non è stato trasparente – prosegue Pecoriello – Io e mia moglie, ingenuamente, ci siamo fidati. Poi però ci siamo resi conto che le cose non stavano come ci aveva prospettato. Per altro, per giustificare il rimborso della metà dell’importo pagato dopo che avevo esercitato il diritto di recesso, hanno dato spiegazioni molto fumose e per niente convincenti. A mio parere avrebbero dovuto restituirmi tutto».

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