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Fra via Enriques e raffineria: è qui il futuro dell’industria

Le ciminiere della raffineria Eni a Stagno e, sullo sfondo, la nube di fumo nero che martedì pomeriggio si alzava dall’impianto danneggiato dal rogo (Franco Silvi)

L’idea di Piero Neri: occhi puntati su un’area di 77 ettari fra l’ex Trw-Delphi e l’Eni. Ecco l’ultra-periferia in abbandono: tutto è appeso alla “fabbrica delle bonifiche” 

C’è una illusione: che basti immaginare la chiusura della raffineria per ritrovarsi in dote un milione e mezzo di metri quadri di terreno vergine, quasi un bosco di betulle. Insomma, uno spazio enorme equivalente a tre quartieri della città.

Non è così: stiamo parlando di un’area che da oltre ottant’anni è un polo petrolchimico di rango nazionale con un “fiume” di oltre cinque milioni di tonnellate di petrolio in entrata e quasi 4,5 milioni in uscita come carburanti, oli, lubrificanti e bitumi. Tradotto: attorno ai 250 miliardi di litri di prodotti petroliferi nell’arco della vita dello stabilimento fin qui. Inutile dire che qualsiasi riassetto di quest’area dovrà passare da una radicale bonifica.


Ma Eni vuol cambiare

C’è però anche l’illusione simmetrica: che tutto possa semplicemente continuare così com’è, sugli stessi binari di oggi. È già nero su bianco il piano di Eni che punta a far cambiare completamente mestiere ad una azienda petrolifera che è fra le prime quattro aziende del nostro Paese e renderla a “emissioni zero” entro il 2050 (con una serie di tappe intermedie anche relativamente all’uso non solo del petrolio ma anche del gas) . Come dire: i figli dei nostri figli vedranno lì, fra l’Ugione e lo Scolmatore, qualcosa di differente da quel che c’è adesso (altrimenti sarà solo il catafalco in disfacimento di quel che abbiamo ora davanti agli occhi fra serbatoi e camini).

In realtà, c’è un ritaglio di territorio all’estrema periferia nord del territorio municipale che potrebbe diventare le nuove zolle d’oro di una possibile nuova stagione di sviluppo. Si tratta di una vasta area attorno a via Enriques che in buona misura adesso sono il regno del quasi-nulla: o piazzali di auto in attesa di smistamento o non-luoghi di ex aziende in abbandono.

No, non è solo un cimitero di imprese: ci sono anche concessionarie, grandi officine e via elencando. Ma dev’esserci un motivo se è stata “inghiottita” da una cancellata la via della Ferrovia, una stradina balzata agli onori delle cronache nell’aprile 2013 (con tanto di blitz dei vigili urbani e inchiesta della Procura): era stata trasformata in officina-fantasma a cielo aperto dove portare le auto per cannibalizzarne i pezzi...

Neri e i 77 ettari

Non sia qui però a raccontare un’altra storia di degrado, incuria, abbandono. Al contrario, è esattamente in questo spicchio di Livorno che per anmdare a caccia di futuro ha puntato i riflettori Piero Neri, leader della Confindustria, a febbraio in un “conclave” con l’Irpet, il “cervello” regionale per la programmazione economica strategica. L’ha fatto parlando di «un’area di 77 ettari a nord della città», un «triangolo nella zona dell’ex Trw-Deplhi»: non un ritaglino, se pensiamo che equivale a metà dell’intera raffineria o a quasi un terzo di un’area kolossal quanto l’interporto di Guasticce.

Non è una novità saltata fuori da una trovata da convegno: e non solo perché Neri l’ha riproposto in almeno altre tre occasioni sottolineando che ha il grande vantaggio di essere già infrastrutturata. E l’ha fatto pensando a qualcosa di specifico: la riprova è in quel numero esatto (77 ettari), anche se «è un’idea più che un progetto», aveva messo le mani in avanti Umberto Paoletti, direttore dell’organizzazione degli industriali. Aggiungendo, però, di fronte al taccuino del Tirreno: «È un “unicum”, lungo tutta la fascia tirrenica dalla Campania in su non c’è niente di paragonabile».

Non era una pensata estemporanea, perché è qui che negli anni ’70 sbarcò la Spica trasferendo da Collinaia un polo manifatturiero che sarebbe arrivato a portare in fondo a via Enriques 2mila operai.

È una strada a fondo chiuso che termina sul fascio dei binari a due passi dalla stazione Fs di Livorno Calambrone e a quattro da via Leonardo Da Vinci (e dai terminal con banchina in porto lungo il Canale industriale): chi si ricorda del vecchio progetto di cavalcaferrovia per valorizzare via Enriques e dintorni come aree a servizio del porto?

Non c’è solo l’idea firmata Neri ma anche qualcos’altro: è qui in fondo a via dei Trasportatori – nell’area ex Erg, al confine con terreni di proprietà Eni ma pressoché inutilizzati – che è stato localizzato lo spazio in cui dal Rivellino trasferire finalmente il depuratore e liberare preziose aree nel cuore della Venezia, fra via della Cina Esterna e gli ex Pubblici Macelli (la quarta “fortezza” della nostra città, dopo le due che tutti conosciamo e il “Forte di Bocca” al Molo mediceo). Simbolicamente era stato l’allora presidente dell’ex municipalizzata Asa Nicola Ceravolo a farsi fotografare dal Tirreno mentre spalancava il cancello sul futuro aprendo il lucchetto .

La “bonifiche spa”

Chissà se è anch’essa catalogabile alla voce “tecno-infrastrutture”, fatto sta che in casa Cgil c’è chi sta da tempo immaginando come riuscire a sbloccare l’impasse sulle ex aree di Trw e di Delphi, due stabilimenti in accoppiata chiusi l’uno da sette e l’altro da quindici anni, in mezzo a veicoli cannibalizzati, rifiuti ingombranti e immondizia varia. Il sindaco Filippo Nogarin aveva immaginato di farne un polo tecnologico, il suo successore Luca Salvetti aveva ipotizzato di comprare tutto (ma ci vogliono troppi soldi). «Anche da quell’enorme edificio è stato portato via tutto quel che era asportabile e ora sembra di esser davanti a una zona bombardata in Siria», dice Fabrizio Zannotti, numero uno della Cgil livornese.

Il problema è sempre quello: la bonifica. Non è qualcosa di già definito ma nella torre della Camera del Lavoro c’è chi studia l’ipotesi di una “industria delle bonifiche” per mettere in moto l’ingranaggio del riutilizzo di ex aree industriali per offrirle a nuove opportunità di insediamento produttivo. Proprio lì, fra via Enriques e il petrolchimico, per un “risanamento a chilometro zero”.

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