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Eni, l’industria grande come una città: il destino è un rebus con 100 enigmi

le fiamme attorno al forno all’interno della raffineria e la grande colonna di fumo nero che si alza dall’incendio

Le prospettive della fabbrica sono sull’ottovolante fin dal 2007 fra annunci di vendita e dietrofront. Difficile convivenza con la gente di Stagno: tre su 4 hanno casa a meno di 800 metri dallo stabilimento

STAGNO. Basterebbe alzarsi lassù nel cybercielo di Google Earth, 300 metri più in alto delle gru della Darsena Toscana, per accorgersi che il polo industriale petrolchimico a nord di Livorno, fra il Canale Industriale e il McDonald’s di Stagno, è un susseguirsi di oltre duecento serbatoi. E questo spiega perché qui, in una delle più importanti aree a rischio di incidente industriale rilevante che esistano nel nostro Paese, una grande colonna di fumo che s’alza verso il cielo viene vissuta come l’avvisaglia di qualcosa che terremoterà le esistenze di migliaia di famiglie: nel giro di pochi minuti le immagini hanno fatto il giro di qualsiasi chat via Whatsapp.

Dentro a quest’arcipelago di industrie a ridosso del cuore del porto, ecco i 150 ettari sui quali si estende la raffineria del “cane a sei zampe”: è rimasta nell’immaginario come “la Stanic” dal mix anni ’50 fra Standard Oil (Esso) e Anic, anche se l’Anic sparì poco dopo e della compagnia statunitense non c’è più nemmeno l’ombra. Un’area enorme: fossimo in città, rinchiuderebbe uno spazio grande quanto la zona fra l’ospedale, i Quattro Mori e il Grattacielo di piazza Roma.


Conta su una autorizzazione a raffinare 5,2 milioni di tonnellate annue di petrolio ma in realtà anche nell’era pre-pandemia si arrivava tutt’al più a sforare appena la soglia dei quattro milioni e mezzo di tonnellate (4,30 milioni nel 2017, 4,54 l’anno successivo, 4,20 nell’ultima annata “normale” prima del Covid) .

IDENTIKIT DEI PRODOTTI

Cosa esce dall’impianto di Stagno come prodotto finito? Ovviamente benzine e gasolio destinati a camion e auto (un milione di tonnellate all’anno le prime, qualcosa di più il secondo) , “jet fuel” per gli aerei (170-185 tonnellate ogni anno), bitumi (400-550mila tonnellate), zolfo liquido (18-20 tonnellate), gpl (55-60 tonnellate), ma soprattutto olio combustibile (un milione e passa) e lubrificanti (375-415 tonnellate annue di basi e 135-145 di miscele).

Il 37% dei prodotti finiti prende la strada di Calenzano grazie a un oleodotto, e il resto? Soprattutto via nave (il 41% delle tonnellate verso l’export ma il 94% in arrivo grazie a 115-130 navi ogni anno) . Invece il 21% viene spedito via terra con i camion (più di 2mila all’anno) e per una frazione attorno all’un per cento si utilizza le cisterne ferroviarie.

La raffineria livornese è una delle dieci esistenti in Italia, sei in meno di quelle che erano in attività appena dieci anni prima.

DESTINO FRA ALTI E BASSI

Del resto, anche il destino dell’impianto non è mica così inox. Anzi, è proprio sull’ottovolante: nel 2007 in virtù di un patto con i brasiliani di Petrobras i vertici Eni promettono 200 milioni di investimenti su Livorno per farne il polo dei biocarburanti. Nel gennaio di due anni più tardi dietrofront ed ecco che la raffineria viene messa in vendita tramite Royal Bank of Scotland: al bando rispondono libici e russi più una cordata italiana. Tempo cinque mesi e salta fuori l’offerta del finanziere anglo-americano Gary Klesch: istituzioni e operai si ribellano, l’Eni ringamba. Ma nel febbraio 2010 il numero uno della multinazionale made in Italy Paolo Scaroni dice che tanto il destino è quello di vendere, figurarsi che ce lo manda a dire da Pisa in un convegno. A distanza di tre anni all’assemblea di Confindustria nuovo cambio di rotta: macché dismissione, giura Giuseppe Recchi, presidente del gruppo, risfoderando il pacchetto da 200 milioni di investimenti. Non passano che dodici mesi e ai sindacati nazionali viene presentata la lista degli stabilimenti da dismettere, e Livorno c’è, poi forse no o magari nì.

A dire il vero, però, al netto dei tatticismi, degli scontri e degli armistizi, ci si muove all’interno di uno scenario che punta a un ridimensionamento della capacità di raffinazione nei Paesi dell’Occidente avanzato: le compagnie immaginano di spostare le raffinerie a bocca di pozzo perché i margini che hanno sui propri impianti in Europa sono assai inferiori su quelli che ottengono altrove (anche per via dei differenti standard sulla sicurezza del lavoro e sulla salvaguardia dell’ambiente) .

INCUBO CATAFALCO

Chiudere baracca e riconvertire tutto. Bisognerebbe andarlo a spiegare a un migliaio di famiglie – 430 dipendenti diretti, un po’ di più quelli dell’indotto – che di raffineria campano in una ex città-fabbrica in cui l’industria ormai non produce che il 14% della ricchezza.

Ma forse non è neanche questo il punto: a contatto di gomito con l’estrema propaggine sud delle proprietà Eni, c’è l’ex stabilimento Spica, ora rimasto solo un sarcofago vuoto, ben che vada buono per i rave party. Trw e Delphi, chiusa l’una nel 2014 e l’altra otto anni prima, sono un’area mummificata. C’è qualcuno che s’immagina cosa significa la bonifica di un milione e mezzo di metri quadri, quasi dieci volte più grande di Trw-Delphi, che da settant’anni è occupato dal petrolchimico? Gli esempi reali lasciano sperare che l’eventuale chiusura della raffineria trasformerà tutto in un bosco di frassini o c’è da prevedere che resterebbe un catafalco.

CONVIVENZA DIFFICILE

Ma è chiaro che la convivenza con l’abitato nato a ridosso della raffineria – almeno tre quarti dei quattromila abitanti di Stagno hanno casa a meno di 800 metri dal perimetro dell’impianto della multinazionale – non è mai stata semplice. La stessa Eni, nella “Dichiarazione ambientale” messa nero su bianco a fine aprile dello scorso anno, segnala che la raffineria ha un prelievo idrico fra 3,8 e 4,5 milioni di metri cubi annui, soprattutto di acque superficiali.

Quanto alle emissioni di anidride carbonica, stiamo parlando di 236 tonnellate per migliaio di tonnellate di prodotto lavorato: in tutto circa un milione di tonnellate di Co2 all’anno. In diminuzione, anche per via del prolungato fermo manutentivo di un impianto: così come, fra le emissione “convogliate”, figurano 514,2 tonnellate di anidride solforosa nell’ultimo anno “fotografato” (erano 873,5 due anni prima) . Se invece guardiamo agli idrocarburi totali e al benzene, su 114 punti campionati nel susseguirsi di campagne semestrali si sono riscontrati sforamenti in genere del 4-5% dei casi per gli idrocarburi (con una punta del 12% nell’inverno 2017) e fra il 2 e il 7% per il benzene.

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