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Licenziata in tronco da Nogarin, ora Salvetti deve pagare l’ex direttrice generale

In primo piano, a sinistra Sandra Maltinti e a destra l'ex sindaco Filippo Nogarin

Livorno, Sandra Maltinti vince anche il processo di secondo grado e ottiene il risarcimento di 180mila euro dal Comune

LIVORNO. Un “licenziamento” che il tribunale ritiene ingiustificato, con i giudici che confermano il risarcimento di 180mila euro. La corte d’appello non ribalta la sentenza di primo grado dei colleghi livornesi, condannando l’amministrazione a pagare l’ex direttrice generale Sandra Maltinti per «il recesso anticipato del contratto». L’architetta – empolese di 66 anni ed elbana di adozione, visti i tantissimi anni passati sull’isola alle dipendenze degli enti – era stata nominata nel settembre del 2014 dall’allora sindaco Filippo Nogarin e poi da lui stesso “cacciata” il 14 luglio 2016. L’importo da corrisponderle, già versato dalla nuova amministrazione, è quello che le sarebbe spettato fino alla scadenza del contratto, il 31 maggio 2019, sottratto dei soldi percepiti alle dipendenze degli altri enti pubblici per i quali, nel frattempo, ha lavorato.

LA VICENDA


La rottura fra Nogarin e Maltinti si era consumata dopo diffide, denunce reciproche e una commissione consiliare delicatissima andata in scena il 29 giugno 2016: in quell’occasione l’allora direttrice generale parlò di «ingerenze» della politica sul lavoro dei tecnici e di un «clima di terrore», leggendo una relazione che fu portata anche in procura dalla presidente della commissione. Parole che scatenarono la reazione dell’allora primo cittadino del M5s, che alla fine revocò il suo incarico. «Il comportamento tenuto dal direttore rappresenta un fatto di una gravità rilevante da giustificare la revoca dell’incarico e il recesso dell’amministrazione dal contratto», scrisse Nogarin dopo la commissione, parlando di assessori e consiglieri «discreditati». Maltinti – difesa dagli avvocati Paolo Bassano e Luca Marra – ha poi vinto la causa in primo grado e in appello.

LA SENTENZA

Secondo i giudici – presidente Maria Giuseppa D’Amico e relatori Flavio Baraschi ed Elisabetta Tarquini – l’incarico fiduciario di Maltinti avrebbe sì potuto essere revocato, ma per gravi motivi e dopo un iter ben preciso e non nel modo in cui è avvenuto. Due le giuste cause che avrebbero potuto portare allo stralcio del contratto: «Il mancato raggiungimento di obiettivi particolarmente rilevanti per il conseguimento dei fini istituzionali dell’ente previamente individuati con tale caratteristica nei documenti di programmazione e formalmente assegnati al dirigente – scrivono i giudici nella sentenza – o l’inosservanza delle direttive generali per l’attività amministrativa e la gestione, formalmente comunicate al dirigente, i cui contenuti siano stati espressamente qualificati di rilevante interesse». «La responsabilità disciplinare e dirigenziale – si legge nella sentenza – non impedisce all’amministrazione di far valere la cessazione della relazione fiduciaria. Impone tuttavia l’adozione di una serie procedimentale e prima la fissazione, almeno con un minimo di specificità, delle violazioni idonee a determinare il venir meno della fiducia (come espressamente previsto dall’articolo 3 del Contratto collettivo nazionale di lavoro, che collega la revoca dell’incarico alla grave violazione delle direttive del sindaco».

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