«Se ci denuncia niente diritto di recesso»: l’azienda non vuole rimborsare i 798 euro a un'anziana livornese

Il cartello lasciato in via della Livornina

Livorno, Il Tirreno si è messo in contatto con la ditta fingendosi parente della donna: «Il costo alto? Ha firmato lei il contratto...»

LIVORNO. «Il valore del rilevatore di monossido di carbonio non lo quantifica lei, lo facciamo noi. E poi, ogni anno, da Brescia verremo a Livorno per controllare che funzioni. Sa quanti chilometri dobbiamo fare ogni volta? Il rimborso? Se ci ha denunciato o ritira la querela o se lo scorda. Abbiamo dei legali stipendiati, a noi non ci cambia proprio niente se lei ci denuncia o meno».

Con tono arrogante, da Brescia, è questa la risposta di uno degli operatori dell’azienda che martedì scorso, in via della Livornina e in altre zone della città come Coteto, con alcuni suoi addetti ha affisso i cartelli ai portoni delle case informando dell’imminente passaggio degli addetti del gas. «Per tutti gli abitanti di questo Comune – si legge nel foglio A4, con tanto di nome della ditta e numero telefonico di riferimento al quale Il Tirreno si è rivolto – e per tutti i gestori (Enel, Iren, A2A, AGSM e altri). Nei prossimi giorni il nostro personale tecnico qualificato e munito di tesserino di riconoscimento aziendale, passerà per ragioni di sicurezza comune a spiegare e rilasciare porta a porta i sistemi di sicurezza per il gas metano, monossido di carbonio o Gpl e i sistemi per la sicurezza anti incendio. Come previsto dalla legge, i dispositivi sono conformi a tutte le direttive europee esistenti».


Il problema – e nell’avviso ovviamente niente di tutto è spiegato – è che il rilevatore di monossido di carbonio ha un costo al massimo di poche decine di euro mentre nei giorni scorsi, proprio uno di questi operatori, è riuscito a scalare dal Bancoposta di un’anziana di 81 anni ben 798 euro (dove averle detto, parole della donna, che il costo era 79,80) con un Pos portatile. «Il contratto è decennale – spiega al telefono chi risponde al numero riportato sul foglio A4 – quindi con il bancomat si paga subito, mentre con la carta di credito si può optare per un importo a rate. Noi ogni anno svolgiamo un’ispezione gratuita, la signora non è stata costretta a fare niente e se voleva poteva anche evitare di pagare.

Più problematica la soluzione del rimborso. «Certo, può farlo – dicono dal centralino – invii tutto in azienda entro 14 giorni, come descritto in fattura, poi le renderemo tutto all’Iban che indicherà più avanti…». Ma in caso di denuncia, anche solo comunicata oralmente, niente più possibilità di diritto di recesso. «Se andiamo per vie legali si scordi il rimborso – concludono dall’azienda bresciana – perché daremo tutti in mano ai nostri legali. Il rimborso quindi non avviene. Deve rimettere la querela, mi invii via mail qualcosa che dimostra il ritiro e le faremo rimborso».

E all’obiezione che questa pratica non sia proprio regolare, visto che il diritto di recesso sarebbe obbligatorio a prescindere dalle querele, la risposta è serafica: «Guardi in Italia ci sono tante cose che non sono regolari – concludono – funziona così». Sì, funziona così purtroppo: perché un’anziana, che vive in una casa popolare, martedì scorso si è vista risucchiare contro la sua volontà – visto che l’addetto al quale ha aperto la porta di casa certo con lei non è stato trasparente – ben 798 euro.

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