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Ospedale di Livorno: «Dopo la Toracica rischiano Neurochirurgia e Vascolare»

L’entrata del blocco operatorio

L’allarme di Viti sullo svuotamento dell’ospedale «Fondamentale restare riferimento del politrauma»

«Andai io, insieme all’allora primario di Rianimazione Paolo Pacini, dal direttore generale Massimo Scura a chiedere di portare a Livorno Gianfranco Menconi. Ma l’unità operativa di Chirurgia Toracica degli Spedali Riuniti non è mai nata per un motivo semplice: il decreto Balduzzi, vale a dire la legge che nel 2012 riformò la sanità nazionale, e le norme regionali prevedevano e prevedono tuttora parametri che il nostro territorio non possiede». Così Maurizio Viti, ex primario di Chirurgia Generale, replica alle parole del chirurgo toracico Menconi che nei giorni scorsi sul Tirreno aveva accusato lo stesso Viti e i vari direttori che si sono succeduti alla guida dell’Asl, di non aver fatto niente per aiutare lo sviluppo della specialistica, che tra pochi mesi, col suo pensionamento, rischia di chiudere non essendo mai stata creata un’equipe in grado di operare in alternativa a lui.

«Quando nel 2007 Menconi venne a Livorno, con l’accordo del suo ex primario di Pisa Carlo Alberto Angeletti, l’impegno era quello di attribuire alla sua sezione altri medici. E infatti gli fu assegnato tra gli altri il dottor Francesco Givignani con un incarico a tempo. L’obiettivo era quello di rivitalizzare la Chirurgia Toracica nell’ambito del politrauma e nell’attività di elezione, dopo che un progetto per un reparto di Chirurgia Cardiotoracica era stato messo in piedi anni prima da Sergio Landi, presidente dell’Usl 13, con tanto di equipe già pronta, Mezzacapo primario, io, Cecchini e Parlato come aiuti, progetto che fu accontonato con il commissario Montaini che sostituì Landi, e poi col dg Di Bisceglie, senza che nessuno ponesse il problema – ricorda Viti –. A quel punto continuammo a fare un po’ di attività toracica nell’ambito della Chirurgia Generale – io d’altra parte avevo la specializzazione –, ma era un’attività marginale. Con Scura tentammo di far ripartire quel percorso chiamando Menconi, ma la nuova legge ne stoppò lo sviluppo».


Viti, partendo dalla storia recente della Chirurgia Toracica, lancia però un altro allarme sul futuro della sanità livornese e sulle sue principali eccellenze: «La legge dice che non abbiamo i numeri neanche per mantenere una unità operativa di Chirurgia Vascolare e una di Neurochirurgia e infatti siamo in deroga. Quando andranno in pensione Claudio Invernizzi (primario della Vascolare, ndr) e Orazio Santonocito (primario di Neurochirurgia, ndr), oppure se quest’ultimo dovesse scegliere un ospedale più grande, c’è il rischio concreto che Livorno non possa mantenere queste due specialistiche. Perché tre unità operative di Vascolare nell’area vasta, a Livorno, Massa e Pisa non reggono. Così come due Neurochirurgie a Livorno e Pisa».

L’orizzonte che traccia Viti è molto preoccupante. Secondo l’ex primario la strada per mantenere le due eccellenze chirurgiche e riuscire a salvare, almeno in parte, anche l’attività di Chirurgia Toracica è una sola: «Livorno deve riaffermare il suo ruolo di centro di riferimento del politrauma, soltanto così continuerebbe ad avere una giustificazione la presenza dei reparti di Neurochirurgia e Chirurgia Vascolare. E solo così sarebbe motivato il mantenimento della sezione di Toracica».

Neanche i 200 tumori ai polmoni che Menconi opera ogni anno in viale Alfieri giustificano, per l’ex primario di Chirurgia Generale, la presenza di una sezione di Toracica. «Possono farli anche altrove – dice –. Se oggi l’attività sta continuando il merito è di Teresa De Lauretis che quando era direttrice generale impose che l’attività chirurgica toracica tumorale fosse concentrata a Livorno per mantenere numeri che giustificassero una sezione».

La riaffermazione del ruolo di centro di riferimento del politrauma è questione non tanto sanitaria quanto politica. Ma in questa partita – a prescindere da quando tra alcuni anni andranno in pensione Invernizzi e Santonocito, che oggi solo relativamente lontani dall’uscita – la permanenza di un’attività di chirurgia toracica è fondamentale già oggi. Perché, come lo stesso Menconi si è chiesto retoricamente sul Tirreno, «cosa succederà quando uno farà un incidente e batterà il torace? Lo manderanno a Pisa, perché a Livorno ci sono ortopedico e chirurgo generale, vascolare e neurochirurgo, ma nessuno che possa governare il torace?».

«Era già scritto nelle cose – continua Viti – che l’esperienza della Chirurgia Toracica si sarebbe chiusa col pensionamento di Menconi. D’altra parte la stessa cosa è già avvenuta a Massa, dove c’era un’altra sezione. E d’altra parte Livorno ha già perso, senza colpo ferire, la Gastroenterologia quando è andato in pensione Giovanni Niccoli. Ritengo ingeneroso il fatto che ora Menconi dica di aver sostenuto tutta l’attività da solo: c’è sempre stato il supporto della Chirurgia Generale nei suoi interventi, perché il malato non viene operato da un solo medico e poi, dopo l’intervento, c’è qualcuno che lo segue, lo dimette, lo controlla. In questo bisogna rendere giustizia ai miei medici della Chirurgia Generale che hanno supportato Menconi in tutti questi anni e vi assicuro che non è stato facile trovare volontari che collaborassero. Diciamo che il 50% lo fa il chirurgo che opera, ma l’altro 50% è merito della struttura, dunque Menconi non ha fatto tutto da solo. Detto questo, su una cosa Gianfranco ha ragione: ora è difficile trovare uno che lo sostituisca, direi quasi impossibile. Sarebbe stato utile che fosse fatta crescere in questi anni un’altra risorsa. Tuttavia c’è un’unica strada da seguire: un bando per una struttura semplice, almeno dipartimentale, sperando che qualche specialista si presenti per prendere il suo posto».

Il rischio, in caso contrario, è che davvero la Chirurgia Toracica sparisca da Livorno. E con essa un pezzo portante del politrauma.