I carabinieri ricordano Giotto Ciardi a 100 anni dalla sua nascita

Giotto Ciardi

Livorno: straordinario militare ha combattuto con i partigiani. Insignito di numerosi riconoscimenti e medaglie d’oro, a lui è intitolata la stazione di Montenero

LIVORNO. Ricorre oggi il centenario della nascita di Giotto Ciardi, straordinario carabiniere e figura leggendaria della resistenza. «Tratteggiarne in poche righe – così lo ricordano dal comando provinciale di Livorno – la grandezza delle virtù militari, umane e patriottiche è impresa ardua. Giotto, a soli 22 anni, si trovò a dover compiere una scelta: all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 infatti, in tutti i teatri di guerra esteri dove erano impegnate le armate italiane, così come accadde in Patria, si delinearono le prime forme di resistenza al nazifascismo e i numerosi carabinieri presenti scrissero pagine gloriosissime di lotta. Giotto fu uno di questi».

Si trovava nei Balcani, a Spalato, e subito dopo l’armistizio si rese protagonista delle trattative con i partigiani per ottenere che i soldati italiani potessero rientrare in patria senza spargimento di sangue. Riuscito nell’intento, con pochi altri connazionali, decise di rimanere in Dalmazia a combattere a fianco dell’Esercito partigiano di Liberazione della Jugoslavia, col grado di capitano. Nel corso di un’operazione a Curzola riuscì ad abbattere un aereo nemico. «Nel dicembre ’43 – lo ricordano i militari – durante un bombardamento riportò gravi ferite che gli comportarono l’amputazione del braccio destro. Dopo le prime cure sul posto, nel gennaio ’44 fu trasferito all’ospedale militare di Taranto; non ancora guarito, dopo aver attraversato le linee tedesche in maniera avventurosa, entrò nella formazione “Gruppo patrioti apuani”, collaborando con i reparti di fanteria statunitensi».


Nei combattimenti che si svolsero nel Pisano e nel Livornese Ciardi fu sempre presente dove infuriava la lotta, tanto da essere esempio radioso. Nell’imminenza dell’offensiva alleata del ’45, abbandonò il posto meno pericoloso che gli era stato imposto a causa delle menomazioni fisiche e si portò in prima linea. Il 14 aprile, ad Avenza (Carrara), espugnò da solo un fortino nemico, grazie a un lancio di bombe a mano e vi si asserragliò, aprendo il fuoco contro il nemico che teneva ancora saldamente la zona. Ultimate le munizioni abbandonò il bunker e attaccò i tedeschi con la pistola e con le bombe a mano; durante il tentativo di rientrare nelle linee amiche venne ferito in più parti del corpo da raffiche di mitragliatrice, crollando sfinito; catturato e sottoposto a sevizie, fu liberato il 17 successivo dagli Alleati che erano riusciti a frantumare l’ultima resistenza avversaria. Trasportato all’ospedale di Lucca, rimase per più settimane tra la vita e la morte, finché la sua forte tempra gli consentì di guarire. Per il suo impegno quale partigiano è stato insignito, in vita, non solo della Medaglia d’oro al Valor militare, ma anche di una Medaglia d’argento della Germania orientale, di una di bronzo dagli Stati Uniti e della Medaglia d’oro della Liberazione jugoslava. Nominato commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, nel giugno del 1981 gli venne conferito, a titolo onorifico, il grado di capitano. A lui è intitolata la stazione dei carabinieri di Montenero.