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Terremoto a Livorno, l'esperto: «L’energia si è sfogata e un ciclo si è chiuso»

Antonio Caprai

Il vulcanologo Caprai spiega le faglie che interessano la zona livornese e l'indice di rischio

LIVORNO. «Stavolta ci siamo svegliati con la terra che tremava, e il lampadario idem. Però la fascia costiera livornese, incluso verso l’entroterra Collesalvetti e verso sud Rosignano e Cecina, è in zona gialla: un indice di pericolosità sismica moderata. Non vuol dire zero: tanti livornesi si ricordano bene il terremoto di Pasquetta nel 1984 e c’è tutta una storia di eventi sismici che risale all’indietro nei secoli». Antonio Caprai è uno scienziato livornese che studia la pericolosità naturale: l’ha fatto al Cnr con il lavoro all’Istituto di Geoscienze e negli ultimi 15 anni in progetti della Cooperazione italiana ai quattro angoli del mappamondo; lo sta facendo alla guida dell’International Geo-Hazard Research Society , un pool di studiosi che in autunno chiamerà proprio a Livorno scienziati che indagano sui possibili precursori dei rischi naturali. Caprai indica sulla cartina due elementi che in un normale atlante non si vedono: sono le faglie. «Nel mare davanti alle nostre coste, – dice – grossomodo in direzione nord-sud pressoché in parallelo alla dorsale appenninica, c’è la faglia della Meloria: esiste ma di pericolosità non eccezionale. Ce n’è un’altra, ancor meno attiva: va dal Calambrone verso Pontedera».

Il terremoto comporta che vi sia «una scarica di energia accumulata» fra due “tasselli” del puzzle geologico che compongono la crosta terrestre: con uno strato che slitta sotto un altro. «Benché nessuno ovviamente si auguri un terremoto, – dice lo scienziato – penso che lo scarico di energia che abbiamo avuto con questo sisma abbia fatto “sfogare” l’energia, evitando che potesse accumularsi pericolosamente in modo che avrebbe poi rischiato di “caricarsi” in modo dirompente». Aggiungendo poi: «In questo campo nessuno ha la sfera di cristallo e non l’ho nemmeno io, ma credo che dal punto di vista sismico si sia chiuso un ciclo o almeno rimandato».

Già, nessuno può divinare il futuro per capire se e quando arriva un terremoto, ma nel gossip via social rimbalzano certezze inox sulla possibilità di farlo (vedi alla voce: “invece ce lo tengono nascosto”). Mai stato un tipo con la paura di andare controcorrente, Caprai dice chiaro e tondo che la prevedibilità dei terremoti «è lo sforzo verso il quale tende il lavoro della comunità scientifica ma è anche un traguardo che resta per ora ben lontano: per avvicinarlo dobbiamo imparare soprattutto dai fallimenti».

Anche le contro-verità sul radon sono vere a metà, e non solo perché le previsioni «hanno intuito qualcosa ma si sono rivelate sbagliate di 50 chilometri». Da un lato, è studiato come «uno degli elementi più interessanti come precursore», qualcosa che dia l’avvisaglia; dall’altro, occhio a come si misura l’anomalia nella presenza di radon. Ad esempio, ciascun pezzetto di territorio ha un proprio standard di radon, e le differenze possono essere enormi.

Gli studiosi hanno messo sotto la lente anche altri elementi-spia: a cominciare dalle ionizzazioni atmosferiche o dall’auscultazione delle rocce («come il medico che con lo stetoscopio ausculta il cuore o i polmoni del paziente»). «In certe condizioni dalla compressione delle rocce – segnala – possono risalire in superficie ioni ossidrili e dar vita a fenomeni incredibili come alcune aurore boreali “improprie” com’è accaduto in Cina o accumuli di “strane” nubi statiche che restano lì anche una settimana com’è avvenuto in Iran nel 2000».

Avendo nel curriculum l’esperienza dell’International Geo-Hazard Research Society, l’organizzazione che raggruppa chi studia l’ampio ventaglio delle pericolosità naturali, Caprai invita a guardare verso un orizzonte scientifico: l’intreccio di una gamma di parametri. Poi cita una esperienza personale nell’analisi del bradisismo di Pozzuoli: «Sì, possiamo prevedere l’innalzamento del suolo analizzando le variazioni nei rapporti fra i gas. Ma senza poter indicare se stiamo parlando di un centimetro o di due metri, e questo ovviamente fa tutta la differenza del mondo». Tradotto: non stiamo parlando dell’allerta meteo dell’acquazzone record che poi si concretizza in una pioggerellina e tutt’al più la previsione sbagliata diventa occasione di sfottò sui social, qui si ragiona della capacità di decidere di evacuare una città senza aver chiaro né fino a dove né fino a quando: anche il resto della provincia? o mezza regione? Solo un giorno? o una settimana? o un mese? Sarebbe un esodo biblico di decine di migliaia di famiglie e di migliaia di attività: chi si prenderebbe la briga di metterlo in moto? e chi di dichiarare che l’emergenza è finita e tutti possono rientrare nelle proprie case?

C’è però un altro aspetto sul quale Caprai richiama l’attenzione. Ben venga la ricerca sui precursori e sulla possibilità che si riescano a prevedere i terremoti, ma anziché scommettere solo sul futuro (o forse sul futuribile), possiamo fare qualcosa già qui e già ora.

Guardando alla prevenzione invece che alla premonizione: «Penso che una maggior sicurezza collettiva potremmo averla se i fabbricati fossero costruiti con regole anti-sismiche». Come dire: anziché mettere in collo agli scienziati la sfera di cristallo della prevedibilità delle catastrofi naturali, cominciamo ad attribuire a politici e amministratori il compito concreto di garantire la maggior sicurezza possibile degli edifici costruiti. Ma questa è già un’altra storia.



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