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'Ndrangheta al porto, nelle intercettazioni i timori di uno degli arrestati: «Ma io in prigione rimango da solo...»

Un sequestro di stupefacenti nel porto livornese

Così il portuale livornese parlava con un intermediario. Per entrare nell’area una persona fu nascosta nel bagagliaio

LIVORNO. «Non sono come voi che avete tutti i parenti che vi vengono a trovare. Io rimango solo abbandonato, a 62 anni mi ritrovo lì da solo...». Così, in un’intercettazione telefonica, parlava Massimo Antonini, uno dei tre portuali della Compagnia livornese arrestato dalla polizia di Stato per associazione finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, reato aggravata dall’ingente quantità di droga sequestrata. Con lui sono finiti in carcere il quarantaduenne Mario Brilli e il sessantenne Fabio Cioni, entrambi colleghi di lavoro della Compagnia portuale. Sono i giorni del maxi-sequestro della Squadra mobile, nel novembre di due anni fa.

LE INTERCETTAZIONI


Il lavoro della direzione distrettuale antimafia parte però nei mesi precedenti, da marzo. Ad agosto ci fu un primo tentativo di sequestro di un carico. Nascosto nel bagagliaio della sua auto, uno dei dipendenti di una Compagnia portuale di Livorno avrebbe fatto entrare nel porto due uomini di Gioia Tauro incaricati dalla ’ndrangheta di recuperare una spedizione di cocaina da uno dei container arrivati dal Sud America. «Eh ma non entro», si lamenta uno dei due calabresi nel corso della conversazione intercettata nella macchina. «Entri, entri – gli risponde l’altro – mettiti coricato, entrano le persone di due metri». In base alla ricostruzione della polizia Massimo Antonini, una volta passato il suo cartellino, sarebbe entrato nell’area doganale del porto, e avrebbe individuato il container grazie alla indicazione fornite in precedenza da Cioni. I due calabresi, vestiti con le pettorine dei dipendenti del porto, avrebbero poi forzato il lucchetto che chiude il container e sarebbero entrati, ma non avrebbero trovano la droga, che non era mai giunta a destinazione. Poco dopo sarebbero costretti ad andare via, sempre nascosti nel bagagliaio, per l’arrivo di altri lavoratori. Quella sera stessa Billi sarebbe stato inviato nel porto col compito di chiudere lo sportello del container che nella concitazione i malviventi avevano lasciato aperto, ma avrebbe rinunciato trovando sul posto pattuglie della polizia».


«GLI TAGLIO IL CUORE»

«Comunque qualche cosa di soldi ci danno lo stesso, certo non tutto», ma «ce li devono dare, noi abbiamo rischiato, ce li devono dare se no... Se no entro dentro casa e gli taglio il cuore». Così parlava, intercettato, uno degli arrestati dell’operazione delegata alla Squadra mobile di Livorno. Fabio Molè, ascoltato mentre parlava con suoi complici del compenso previsto per un recupero di cocaina al porto di Livorno. Recupero sfumato perché appunto la droga, che credevano nascosta in una spedizione di crostacei, non era arrivata a destinazione. Un tornaconto economico, sosteneva Molè, doveva essere loro riconosciuto comunque, se non altro per il rischio corso di essere scoperti. In un’altra conversazione, relativa al recupero del carico di cocaina sfumato nel novembre del 2019 per il sequestro della polizia, Molè fa riferimento a un importante quantitativo di denaro, 500mila euro, che aveva portato con sé a Livorno e che avrebbe dovuto in parte essere utilizzato per pagare tutti coloro che aveva preso parte all’operazione, compresi i portuali.



LA CONSEGNA SALTATA

Grazie alle intercettazioni telefoniche, gli inquirenti, ricostruiranno anche i dialoghi dopo il sequestro di novembre. Il gruppo era praticamente arrivato vicino al container, quando un’auto della polizia di frontiera marittima ha rovinato i loro piano, procedendo con la Squadra mobile al sequestro della droga. Nelle intercettazioni, gli inquirenti, ascolteranno le lamentele per la consegna sfumata a causa dell’arrivo delle forze dell’ordine.

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