Contenuto riservato agli abbonati

'Ndrangheta, in carcere tre portuali livornesi. Ecco nomi e accuse

Il carico di cocaina individuato nel container due anni fa

I dipendenti della cooperativa avrebbero cercato di far uscire dall’area doganale un container di cocaina

LIVORNO. Il sessantaquattrenne Massimo Antonini due mesi fa era finito in carcere per omicidio per aver accompagnato con lo scooter sul luogo del delitto Riccardo Del Vivo, l’uomo accusato di aver ucciso Andrea Chimenti detto “Cacciavite”, ammazzato a 47 anni a colpi di pistola all’alba del 30 giugno 2002 in piazza Mazzini. E ieri mattina è stato nuovamente arrestato dalla polizia di Stato, insieme a due colleghi della Compagnia portuale di Livorno, il quarantaduenne Mario Billi e il sessantenne Fabio Cioni.

L’accusa è associazione finalizzata al traffico internazionale di droga, avendo tentato di far uscire dall’area portuale un container con 300 chili di cocaina. In manette, con loro, altre 12 persone (due al momento latitanti) fra Italia e Svizzera.


L’OPERAZIONE

Era il 7 novembre del 2019 quando gli agenti della Squadra mobile, che li stavano intercettando e pedinando dal marzo dello stesso anno, insieme ai colleghi della polizia di frontiera marittima si sono posizionati fuori dall’area portuale della Darsena est, individuando il container che – secondo l’accusa – si sarebbero apprestati ad aprire in raccordo con un “broker” che avrebbe a sua volta fatto da intermediario fra loro, gli esponenti delle ’ndrine e gli altri complici in ambito nazionale e internazionale, per immettere poi la “polvere bianca” partita dal Sudamerica sul mercato.

IL SEQUESTRO

Un sequestro – in tutto erano due i container, con 430 chili di cocaina, visto che il secondo verrà rinvenuto il giorno dopo sempre dagli agenti – di cui Il Tirreno scrisse già il giorno successivo, con Antonini, Billi e Cioni che non furono arrestati in quelle ore, ma ieri mattina, dopo due anni di indagini serrate. Insieme ai tre portuali, con la stessa accusa, risulta indagato anche il sessantunenne Giordano Farioli (residente a Livorno e originario di Castelnuovo Garfagnana, in provincia di Lucca), che stando agli atti dell’inchiesta avrebbe ospitato in un appartamento che stava ristrutturando (lavora nel ramo edile) nel quartiere di Pontino-San Marco alcuni presunti intermediari con le cosche.



I RUOLI DEI PORTUALI

Secondo l’accusa – l’indagine è coordinata dalla direzione distrettuale antimafia toscana ed è stata delegata alle Squadre mobili di Livorno, guidata dal vicequestore aggiunto Giuseppe Lodeserto, e Firenze – Antonini sarebbe stato «il referente principale nell’area di Livorno dell’organizzazione» e avrebbe fornito «fondamentale supporto logistico ed essendo incaricato di reclutare altri dipendenti della cooperativa, curando il posizionamento dei container e favorendo l’ingresso in porto dei componenti del sodalizio». Billi – operatore portuale di base, così come Antonini – sarebbe stato coinvolto «in tutte le fasi preliminari ai vari tentativi di estrazione della droga», mentre Cioni – caposquadra della Compagnia portuale di Livorno, il più alto in grado fra i tre – aveva compiti «di natura informativa e organizzativa». In particolare si sarebbe occupato «di posizionare il container» e per questo incarico avrebbe utilizzato «un cellulare dedicato, così da non rendere intercettabili le comunicazioni».



IL COMPITO DI FARIOLI

L’unico non arrestato del filone livornese dell’inchiesta, sottoposto all’obbligo di dimora in città, è il sessantunenne Giordano Farioli. Secondo l’accusa avrebbe messo a disposizione «un appartamento all’interno del quale consentire la temporanea permanenza» di alcuni presunti intermediari delle cosche calabresi. E nascosto in un luogo sicuro e in efficienza una pistola ricevuta da Antonini.

© RIPRODUZIONE RISERVATA