«Dopo cinque anni di matrimonio scopro che la mia unione non è mai esistita»

Il racconto di un nostro cronista che nei registri anagrafici risulta celibe malgrado sia sposato con il proprio compagno dal primo luglio 2017 

Io e Danilo ci siamo sposati il primo luglio 2017. Ma per il Comune di Livorno siamo solamente coinquilini. Nell’arco della giornata uno di noi si occupa di fare la lavatrice, l’altro va al supermercato. Andiamo a lavorare e torniamo la sera, stanchi ma felici di noi. Viviamo così, come una coppia sposata, da quasi cinque anni. Ma all’Anagrafe risulta soltanto che viviamo nella stessa casa.

Ci sarebbe quasi da ridere se non fosse che quando ci siamo messi insieme non era neanche possibile pensare al matrimonio. Ci sono voluti anni e battaglie nazionali per i diritti civili per conquistare quel traguardo di civiltà.


La prima volta che dissi ai miei genitori che volevo sposarlo (lui, un uomo), non l’hanno presa affatto bene. Per loro era difficile accettarlo. Ci è voluto quasi un anno e tanta pazienza perché mia madre mi chiedesse, qualche settimana prima del nostro “sì”, di portami all’ “altare”. Ovviamente c’è stata la festa, gli amici, il viaggio di nozze. Ancora qualcuno ci rammenta della serata in cui «ci siamo divertiti tanto».

Tra le coppie di persone dello stesso sesso che frequentiamo nella nostra cerchia siamo stati quasi dei pionieri: ci siamo presentati davanti all’ufficiale di Stato civile appena quattro mesi dopo dall’entrata in vigore della legge Cirinnà.

Proprio ieri abbiamo scoperto che il nostro atto di unione non è mai stato trascritto e quindi siamo ancora entrambi scapoli. Ad accorgermene sono stato io. Siamo entrambi i giornalisti e mi trovavo a lavorare su una storia di anagrafe digitale, il nuovo servizio della pubblica amministrazione entrato in funzione proprio ieri.

«Celibe». Non ci posso credere. Penso a un errore. Chiamo l’ufficio di Stato civile del Comune dove ci siamo sposati: Montecatini Val di Cecina. L’impiegata è la stessa che ci aveva fatto i fogli e mi riconosce immediatamente dandomi del tu. Anche lei rimane sbigottita: «Controllo subito». Risulta che lei ha inviato un’email di posta elettronica certificata il 3 luglio del 2017 al suo collega di Livorno, dove viviamo io e il mio marito-coinquilino. Esattamente due giorni dopo la cerimonia, che è avvenuta di sabato. Faccio un passo avanti: chiamo l’ufficio di Stato civile del Comune di Livorno. Dall’altro capo della cornetta l’impiegato mi risponde: «Noi non abbiamo ricevuto niente. Qual è il suo nome?». Un secondo di attesa. «Risulta celibe». Ritelefono a Montecatini: «Noi abbiamo ricevuto il numero di protocollo». E poi richiamo di nuovo Livorno: «Io ora non posso stare al telefono, qui c’è gente in fila che ha prenotato. Nei prossimi giorni vediamo di capire». Azzardo un «io sono quasi cinque anni che sono sposato, ho atteso un bel po’. Ma voi le registrate tutte le unioni civili che arrivano da altri Comuni?». L’impiegato è sbrigativo: «Ovviamente. Mi scusi ma adesso devo lavorare».

Un cortocircuito e il nostro matrimonio è un bellissimo ricordo e un foglio in un cassetto. La nostra situazione non cambia nella vita quotidiana: il nostro amore non aveva bisogno di conferme né prima né dopo il matrimonio (perché si chiama unione civile ma per noi è comunque matrimonio). Per noi è un simbolo ed è stata anche un’attestazione dalla forte connotazione politica. E poi, ovvio, anche la tutela legale reciproca.



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