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Quel giorno con l'odore di nuovo: era l'11 giugno 1976

Derby ’79: Guidi e Giauro nel palasport gremito

Era una di quelle volte in cui la capienza diventa un dettaglio. 11 giugno 1976, un’era geologica fa: eravamo stretti come sardine dentro il nostro nuovo giocattolo, e non sapevamo dove e che cosa guardare: le volte che fasciavano il tetto, il parquet lucido come il salotto di casa dopo le pulizie di Pasqua, i canestri che finalmente non erano più inchiodati alla parete

Era una di quelle volte in cui la capienza diventa un dettaglio. 11 giugno 1976, un’era geologica fa: eravamo stretti come sardine dentro il nostro nuovo giocattolo, e non sapevamo dove e che cosa guardare: le volte che fasciavano il tetto, il parquet lucido come il salotto di casa dopo le pulizie di Pasqua, i canestri che finalmente non erano più inchiodati alla parete.

E poi quell’odore, che dopo 45 anni fa ancora parte di noi, presente, penetrante: l’odore della gomma nuova, di cui era rivestito tutto il camminamento superiore del palasport.

Era il primo vagito ufficiale del Palallende, quella tiepida sera di inizio estate, piena di brividi e di promesse. Ma in realtà noi ragazzi l’avevamo spiata giorno dopo giorno quella gestazione: superando gli sbarramenti di cantiere, con gli scooter arrivavamo alle porte d’ingresso del nostro nuovo sogno e sbirciavamo dentro, attraverso i vetri incrostati di polvere, un poco guardavamo e molto immaginavamo. Guarda, stanno posando il parquet. Guarda, le curve sono finite. Guarda, stanno portando le attrezzature per il bar: era bello capire e non capire, e soprattutto aspettare. Dopo tanti anni al Palacosmelli, troppo piccolo ormai per un fenomeno in espansione come quello dei canestri.

Adesso Livorno aveva il suo palasport da quattromiladuecento posti (ufficiali, la realtà varcava comodamente i cinquemila), certe platee la vedevamo in tv, bevendoci le telecronache di Aldo Giordani da Varese, Cantù e Milano, mondi così lontani da sembrare alieni.

Ma torniamo a quei magici tre giorni di giugno del 1976. Per rompere idealmente la bottiglia di champagne sulla chiglia del nuovo impianto, la Federbasket organizzò un quadrangolare per palati finissimi: Italia, Russia, Canada (che preparavano le imminenti Olimpiadi di Montreal) e i ragazzoni della San Francisco University, dove muoveva i primi passi Bill Cartwright, che poi sarebbe diventato un mammasantissima nella Nba.

Quando i livornesi, gomito contro gomito, tra sudore e stupore, videro entrare l’omone misterioso, il miracolo era compiuto. Si chiamava Vladimir Tkachenko, il Moloch russo, 2 metri e 20 per 120 chili. Uno così non lo avevamo mai visto, ne avevamo letto l’esistenza solo sulle riviste specializzate, incarnava la potenza russa, una sorta di Ivan Drago dei canestri. Quanto era grosso, e con quei baffoni da ussaro divenne subito l’idolo della platea, insieme ad Alexander Belov, Zarmuhamedov, Miskin, i grandi del Cska, la squadra dell’esercito.

Ma quanti applausi anche agli azzurri di Giancarlo Primo che vedevamo finalmente in carne e ossa, Meneghin, Marzorati, Bariviera, Brumatti, Zanatta, idoli inarrivabili che adesso giocavano lì, nella nostra nuova casa. L’Italia perse di sei contro i russi, ma a pochissimi (e l’orientamento politico livornese stavolta non c’entrava) dispiacque: il Palallende, come si chiamava allora, era nato. Sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno.

Da lì a pochi anni, sarebbe stata la casa dell’oro, il Klondike della nostra palla a spicchi: qui Leone Mare e Libertas hanno conquistato il Nirvana della serie A, qui hanno recitato Rolle, Addison, Jeelani e Restani, qui Fantozzi ha aperto le ali per volare verso la sua curva, Lanza e Bonaccorsi hanno lasciato il cuore sul legno. Qui, infine, Andrea Forti ha regalato la più bella e la più breve e crudele illusione della storia sportiva di questa città.

Caro, vecchio Palamacchia, adesso sembri così vecchio e male in arnese: il tempo, si sa, corrode anche i canestri e, ahinoi, i sogni che sognavamo.

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