Contenuto riservato agli abbonati

Via Vincenzo Onorato, ecco come cambia Moby

La trasformazione del gruppo armatoriale che resta in mano alla famiglia ma ridisegna organizzazione e stato maggiore

L’uscita di scena di Vincenzo Onorato dalla plancia di comando della flotta della Balena Blu è l’emblema di qualcosa che cambia per sempre nella dynasty armatoriale napoletana che in realtà ha ormai messo radici sempre più stabili qui da noi: fra Piombino, Elba e soprattutto Livorno.

Da anni andava avanti l’avvicendamento generazionale dalle mani del padre Vincenzo Onorato ai figli Alessandro e soprattutto Achille (quest’ultimo amministratore delegato, pisano per certificato di nascita e milanese come aplomb): fra alti e bassi, visto che a più riprese il padre ha dato brusche strambate con dichiarazioni di guerra e parole di fuoco via social negli ultimi tre anni così difficili. Quantomeno a partire dall’istanza di fallimento presentata dai fondi speculativi, anche se a dirla tutta i venti di tempesta avevano cominciato a soffiare già da prima: con l’illusione di poter fare da soli nella privatizzazione di Tirrenia e con il via alla sanguinosa “guerra” con Grimaldi (principalmente sulla rotta fra Livorno e Sardegna) .


DOPO QUARANT’ANNI

Si volta pagina dopo quarant’anni: contrassegnati, nel ’91, dall’apocalisse del Moby Prince, la più grande sciagura della marineria civile in tempo di pace.

«Per le azioni che sto per intraprendere a difesa del nostro lavoro e della Compagnia ritengo che la scelta migliore sia quella di fare un passo indietro». E poi giù una sciabolata contro «gli attacchi vigliacchi che si protraggono da oltre due anni, i cui autori finalmente stanno venendo alla luce». Segno, insomma, che Onorato senior intende sì lasciare la presidenza ma non sparire nel nulla o rinunciare alle proprie battaglie. Magari acquisendo una nuova capacità nel fare non solo la battaglia ma anche la pace: com’è accaduto quando prima dell’estate, per difendere la scuola di vela per i ragazzi della Napoli popolare, aveva preso a schiaffi la Marina che l’aveva sfrattata, salvo poi ritrovare un’intesa e far ripartire una meritoria attività sociale.

Non bisogna però guardare solo a Vincenzo Onorato che si chiama fuori: c’è da capire chi si siederà sulla poltronissima di presidente. A tal riguardo, la lettera aperta di patron Vincenzo indirizzata «alle donne e agli uomini di Onorato Armatori» non dice nulla: si limita a parlare di una persona «degna di questo onere e di questo onore» (dunque, in certo qual modo con il suo consenso o comunque non ostile) e che «con i fatti», insieme «ai miei figli, Achille ed Alessandro, e a un management giovane e motivato», sarà in grado di «portare la Nave verso un porto sicuro: il Futuro». Niente nomi né identikit? Ma il fatto che non si indichi subito un familiare lascia immaginare che si guardi al di fuori del perimetro della dinastia.

Del resto, è una novità rispetto alla parabola di un gruppo legato a filo doppio al nome degli Onorato in tutto e per tutto: uno dei manager già presenti nello stato maggiore o una figura pescata all’esterno del proprio circuito? Quel che si sa è che, proprio in relazione a una tradizione molto familistica, prima della fine dello scorso luglio era stata compiuta una prima svolta: l’assemblea dei soci aveva deciso di nominare nel consiglio d’amministrazione due consiglieri indipendenti. Si tratta degli economisti Roberta Canali e Lanfranco Senn, in particolare quest’ultimo è un nome finito nel toto-ministri in quota tecnica sul versante infrastrutture.

È da aggiungere che un’autorevole fonte come Shipping Italy mette tutto questo in correlazione con «il piano di concordato preventivo che coinvolge Moby e Tirrenia Cin» e lo fa per indicare come «probabile che nel prossimo futuro si assista anche un rinnovo del top management alla guida di entrambe le compagnie di traghetti». Lo fa aggiungendo ora che con le dimissioni di Vincenzo Onorato «in casa Moby sta prendendo forma un netto segnale di discontinuità con il passato».

BISOGNO DI SVOLTA

In discontinuità con la Balena Blu di ieri ma nel solco pieno della strategia con cui il nuovo corso del gruppo armatoriale ha puntato ad accreditarsi agli occhi dei giudici fallimentari: una netta svolta rispetto al passato, anche a costo di scelte dolorose. E al prezzo di mettere in piazza – con dossier di oltre 160 pagine, l’uno su Moby e l’altro, non molto diverso, su Tirrenia – un po’dei propri panni sporchi: da un lato, soldi a vari soggetti politici o riconducibili a vari settori (dal Pd a Casaleggio, da Meloni e Toti a Grillo); dall’altro, spese assurde per ville in Sardegna, noleggio di aerei chic e di auto lussuose. Ma soprattutto occhi puntati sulle operazioni fra le società del gruppo in un vorticoso giro di debiti e crediti, immobili, navi e biglietti dall’una all’altra società.

Dopo aver danzato per mesi sul filo del patatrac, all’inizio dell’estate il tribunale di Milano aveva dato disco verde al concordato preventivo che aveva lasciato sia Moby che Tirrenia nelle mani della famiglia Onorato. L’ha fatto ma non per dire che tutto andava ben madama la marchesa: già nell’autunno 2019 il collegio presieduto da Alida Paluchowski aveva respinto sì l’istanza di fallimento ma con una tirata d’orecchie ai vertici della società per chiedere un netto cambio di rotta.

È una strada in discesa su un piano inclinato? Per niente: come ha insegnato la telenovela che ha accompagnato gli ultimi anni, c’è spazio per un colpo di scena, la Moby-story che fa un salto in avanti e poi ritorna indietro con una capriola.

L’ACCUSA

Ecco che nella sceneggiatura c’è adesso un altro filo dell’intreccio che ha messo in pista l’accusa di bancarotta in capo agli Onorato.

Siccome però le sorprese non mancano mai, ecco che nelle scorse settimane è stato raggiunto qualcosa di più di una tregua proprio con i nemici più irriducibili: i fondi speculativi internazionali che, riuniti sotto le insegne di Ad Hoc, avevano ingaggiato una guerra aperta contro Moby senza esclusione di colpi. È un “Memorandum of Understanding” «con un gruppo di obbligazionisti che complessivamente detiene più del 33%» del bond da 300 milioni di euro al 7, 75% scadenza 2023 targato Borsa del Lussemburgo. L’armistizio offre il tempo per «continuare le negoziazioni». Obiettivo dichiarato: fornire «le risorse finanziarie necessarie per sostenere un nuovo piano concordatario da sottoporre ai creditori finanziari del gruppo Moby», come si premura di segnalare una nota della Balena Blu.

© RIPRODUZIONE RISERVATA