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Indotto all'Eni di Stagno, l'allarme dei sindacati: «Perderemo 200 posti nel 2024»

Una protesta dei lavoratori dell’indotto davanti all’Eni

Ecco le ditte dell’indotto coinvolte dalla chiusura della linea carburanti. I sindacati: «Dimezzata la forza lavoro, serve un piano di riconversione»

LIVORNO. La chiusura della linea carburanti della raffineria potrebbe avere effetti molto pesanti sull’occupazione del territorio. Perché se è vero che Eni ha garantito che non ci saranno licenziamenti né ammortizzatori sociali per i 450 lavoratori dipendenti, c’è anche l’altro lato della medaglia, quella dell’indotto. E qui la situazione è molto più critica. «La decisione di Eni dimezza in prospettiva l’attuale forza lavoro di tutto l’indotto», spiega al Tirreno Mauro Macelloni della segreteria Fiom-Cgil provincia di Livorno.

Tradotto in numeri stiamo parlando di quasi 200 persone sulle oltre 350 che oggi lavorano dentro lo stabilimento di Stagno per nove ditte esterne. Stamani alle 7.30 Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm saranno davanti ai cancelli della raffineria per un volantinaggio informativo agli operai. «Senza un piano industriale di riconversione o un piano di investimenti, a fare le spese della chiusura saranno i lavoratori degli appalti», spiega Macelloni.


I sindacati chiedono una convocazione urgente all’unità di crisi della Regione e un tavolo nazionale al ministero dello sviluppo economico. E annunciano una serie di iniziative, convocazioni di assemblee, pressing sulla politica e sulle istituzioni locali.

LE DITTE COINVOLTE

Oggi all’interno della raffineria lavorano due consorzi, ognuno dei quali formato da tre aziende metalmeccaniche e una di ponteggiatori. Tra queste ci sono anche tre ditte locali, la livornese Termisol e le rosignanesi Valmec e Sms Operations. Le altre ditte che operano nello stabilimento di Stagno sono la Sait di Napoli, le baresi De Pasquale e Cestaro e Rossi e la Sudelettra di Matera. A queste va aggiunta un’altra azienda metalmeccanica (la Paresa Spa di Cesena).

Il primo consorzio si occupa della manutenzione e degli investimenti del reparto lubrificanti. L’altro fa manutenzione e investimenti dei carburanti. La Paresa cura la manutenzioni dei serbatoi.

PAURA 2024

Eni, come noto, ha annunciato la chiusura della linea carburanti per la fine del 2022 e l’inizio del 2023. «I contratti di appalto sono stati rinnovati proprio ora per tre anni più eventuali due – spiega Macelloni –, ciò significa che almeno tre anni sono garantiti. Dunque si va al 2024: tra la chiusura e la messa in sicurezza degli impianti ci siamo». La domanda dei lavoratori e dei sindacati è questa: dopo il 2024 che cosa succederà?

200 POSTI A RISCHIO

«Prima della pandemia i lavoratori delle ditte interne erano 400 – racconta il sindacalista della Fiom –, adesso sono 350. Cinquanta posti di lavoro sono evaporati così: erano trasfertisti e interinali, spariti da un giorno all’altro. Con la chiusura dei carburanti in modo lento ne perderemo molti di più, dimezzando di fatto il personale esterno». Non sparirebbero infatti solo le ditte che si occupano dei carburanti (che oggi valgono circa 170 persone), ma rischiano di subire una importante riduzione del lavoro anche quelle dei lubrificanti.

«Nel circuito produttivo interno alla raffineria i lubrificanti sono nella linea successiva ai carburanti: in sostanza, con una parte di ciò che esce dai carburanti vengono prodotti i lubrificanti – spiega Macelloni –, dunque o Eni fa un contratto con un soggetto che gli garantisca la fornitura continua del materiale o anche la linea lubrificanti subirà una forte riduzione. E lo stesso accadrà con la manutenzione dei serbatoi. Senza considerare la caduta sul servizio mensa, sulle pulizie, sui trasporti. Le istituzioni locali e regionali e la politica devono dire da che parte stanno, non è più il momento dell’ambiguità».



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