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«Hanno paura del vaccino? Devono averla per i danni del virus». Intervista al primario Spartaco Sani

Spartaco Sani, primario del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Livorno

Livorno, il numero uno di Malattie infettive risponde alle domande del Tirreno: «A ottobre rischiamo la quinta ondata. In Terapia intensiva arrivano soltanto pazienti non vaccinati, ma anche quando stanno male non si ravvedono»

LIVORNO. In ospedale ci si prepara alla quinta ondata. «Sono preoccupato», confida il primario del reparto di Malattie Infettive Spartaco Sani. «L’ondata estiva iniziata a fine luglio, che ha raggiunto il picco intorno a Ferragosto, con 23 pazienti nel reparto Covid e una media sistematica nell’ultimo periodo di tre, quattro persone in Terapia intensiva, sta calando – racconta l’infettivologo –. Ma dobbiamo già guardare al periodo autunnale: la ripresa a regime della scuola, delle attività produttive, la stagione fredda, gli ambienti chiusi possono portare una situazione simile, se non peggiore, di quella appena passata».

Dottore, ma davvero questa storia non finirà più?

«L’unica speranza è che le vaccinazioni riprendano a ritmo sostenuto».

A Livorno siamo al 79,5% di popolazione che ha ricevuto almeno la prima dose.
«Non basta. Bisogna correre a vaccinarsi. In estate c’è stato un rallentamento, sono troppe migliaia le persone non protette. Di questo passo in autunno rivedremo impennarsi i casi, seppure – è bene essere chiari – grazie al vaccino non si prevede una tragedia come quella dello scorso ottobre».

Sa che siamo arrivati allo zoccolo duro della popolazione: accanto ai no-vax, i non vaccinati sono in buona parte coloro che hanno paura della somministrazione...
«Basta con queste storie: uno non può dire “ho paura del vaccino”. Devono aver paura del virus, che è pericoloso a tutte le età. I danni li fa il virus non il vaccino che invece protegge al 77% dal contagio e al 97% da morte e malattia severa».

Ma gli effetti collaterali...
«La vaccinazione è stata fatta a un numero impressionante di persone nel mondo e gli effetti collaterali sono minimi, di scarso significato, controllabili, ben gestibili».

Sa che Astrazeneca a un certo punto non lo voleva più nessuno...
«Astrazeneca è un vaccino ottimo, estremamente efficace. Va somministrato alle categorie giuste».

Com’è la situazione in ospedale?
«Abbiamo 17 pazienti in reparto. Venerdì erano scesi a 14 ma ne sono arrivati altri tre. E quattro persone sono in Terapia intensiva».

Sono pazienti vaccinati?
«In Terapia intensiva sono tutti non vaccinati. Non solo quelli che ci sono oggi, ma tutti quelli che abbiamo ricoverato negli ultimi mesi. Nella degenza ordinaria otto persone hanno il casco, nessuno di loro è vaccinato».

Queste persone (o i loro familiari) che cosa dicono quando vedono il proprio quadro clinico aggravarsi? Si pentono di non essersi vaccinate?
«Generalmente no, non si pentono. Trovano piuttosto giustificazioni, qualcuno dà la colpa al medico di famiglia di non essere stato ben informato...».

Molti non vaccinati sostengono di esercitare il diritto ad una scelta. Che ne pensa?
«Chi non si vaccina non fa un atto di libertà, ma un grave danno alla comunità e all’interesse comune. Oltre che se stesso, mette a repentaglio la salute degli altri. Chi oggi va in Terapia intensiva, chi non si vaccina e finisce in ospedale occupa posti di persone che non hanno il Covid».

Adesso i posti ci sono.
«Abbiamo riservato al momento tra i venti e i trenta posti ai pazienti Covid. Ma se si va oltre una certa soglia, si devono per forza occupare spazi dedicati ai non Covid. La mia preoccupazione più forte, oltre ad altri morti, è che questa situazione può creare pressione sull’ospedale, ridurre la qualità del servizio ai malati non Covid, come successo nel 2020, a partire dalle malattie tumorali diagnosticate in ritardo. Lo scorso autunno avevamo 106 letti Covid occupati».

Quanto manca per arrivare all’immunità di gregge?
«Secondo me l’immunità di gregge non è raggiungibile. Bisognerebbe essere tutti vaccinati, almeno superare il 90 per cento per avere il controllo della situazione. Dopo di che la vaccinazione dei Paesi poveri è la vera scommessa per risolvere il problema: altrimenti convivremo col virus per sempre».

La preoccupano le varianti?
«La variante Mu dà preoccupazione, ma va detto che è stata rinvenuta da tempo e non si è diffusa, perché la Delta è prevalente. Per ora varianti che possano diffondersi non se ne vedono. Finora le varianti sono tutte arrivate da paesi dove il contagio non era controllato, come il Brasile e l’India. Se non ci si vaccina tutti e non vengono adottate politiche adeguate di vaccinazione nel resto del mondo, qualche altra variante inevitabilmente tornerà a girare».

Quando parla di tutti, sa che resterebbero comunque fuori i bambini sotto i 12 anni...
«Intanto c’è un numero importante di over 50 che non si è vaccinato. Si tratta dei soggetti più a rischio. È un tema nazionale ma a Livorno la sensazione è che ci sia particolare resistenza nelle età più critiche ed è l’elemento che ci fa temere che la pressione sull’ospedale in autunno possa essere significativa. Il bacino di persone che potrebbero essere colpite in maniera severa dall’infezione rimane consistente e giustifica la preoccupazione».

E poi ci sono i ragazzi e i bambini...
«L’inizio della scuola con i bimbi sotto i 12 anni non vaccinati e una fetta importante di ragazzi tra i 12 e i 18 che ancora ha scelto di non fare il vaccino, è un altro elemento di preoccupazione».

Pfizer ha annunciato che presto sottoporrà il vaccino per i bambini tra i 5 e i 12 anni alle autorità del farmaco.
«Se vogliamo l’immunità di gregge - ma ripeto, non so se mai l’avremo – dovremo vaccinare dai 6 mesi in su. Tutti i vaccini più importanti vengono fatti nei primi mesi di vita: bisogna attendere chiaramente gli studi che dovranno confermare la sicurezza, ma i pediatri sono tutti orientati verso i vantaggi del vaccino, per protezione dal virus e per ridurre il rischio che ci siano altre varianti».

Si tratta di soggetti che rischiano poco dal punto di vista clinico.
«È vero, ma rappresentano un elemento di possibile diffusione del virus. E comunque attenzione: abbiamo avuto persone giovani in ospedale. La variante Delta si diffonde con facilità tra i bambini e in età giovanile e aumentando il numero di casi positivi, aumenteranno le eccezioni alla regola, dunque più si diffonde il virus, più potranno esserci situazioni serie anche tra i giovani».

Finora quante ne avete viste?
«Di recente abbiamo avuto ricoverato un ragazzo di 17 anni. È stato dimesso ed è andato a casa, ma ci ha fatto patire. Sto parlando di un ragazzo sano, che non aveva alcuna patologia. Quando un 17enne finisce col casco per l’ossigeno è un’esperienza estremamente impegnativa per tutti, a cominciare da lui e dai suoi genitori. Che poi ci chiedono: che cosa potevamo fare? Vaccinarlo... Come per le meningiti».

Sul Tirreno abbiamo raccontato anche di un bambino con la sindrome infiammatoria post Covid finito d’urgenza al Meyer.
«In età pediatrica è un rischio in soggetti che hanno avuto il Covid, anche asintomatico, e che sviluppano questo quadro infiammatorio con possibile danno cerebrale e miocardico. Abbiamo ricoverato anche un altro giovane con una miocardite severa, non da vaccino ma da Covid: è finito all’Utic, stava male, c’è voluto del tempo. Il problema della miocardite è molto più frequente come conseguenza del Covid rispetto alla percentuale di complicazioni legate al vaccino».

Eppure qualcuno ha paura proprio delle miocarditi causate dai vaccini...
«La miocardite di cui tanto si parla come complicanza dei vaccini a mRNA in soggetti giovani è estremamente rara e ad evoluzione solitamente benigna. Va invece ricordato che il Covid si associa frequentemente a danno cardiaco e miocardite anche nei giovani. Sono stati descritti casi di arresto cardiaco in atleti che avevano avuto il Covid, alla ripresa dell’attività sportiva proprio per l’interessamento cardiaco spesso misconosciuto durante la malattia ma molto frequente».

Il fatto che sia stato dato il via libera alla terza dose significa che il vaccino a un certo punto non protegge più?
«La terza dose viene proposta per soggetti fragili e immunodepressi e la ritengo giustificata e utile: si tratta di persone che potrebbero aver risposto male alla vaccinazione e rischiano forme gravi».

Sarà allargata?
«Vedremo se sarà necessario estenderla agli operatori sanitari e ad altre categorie a contatto col pubblico. D’altra parte già per l’influenza ogni anno c’è il vaccino per le categorie a rischio, anche se pure esso andrebbe esteso a tutti: tre anni fa qui in reparto abbiamo avuto una donna di 40 anni con encefalite influenzale, se si fosse vaccinata sarebbe stata tutelata da questa grave complicazione, ma non rientrava nelle categorie considerate a rischio».

Pensa che i richiami dovremo farli tutti?
«Alla fine saranno necessari, sperando che i vaccini siano aggiornati sulle varianti».

Lei è stato il primo a Livorno a vaccinarsi: era il 27 dicembre 2020. Si sente ancora protetto dal vaccino?
«Se oggi mi facessi il test degli anticorpi molto probabilmente ne avrei pochi. Ma non significa che io non sia protetto: il virus ha un’incubazione di qualche giorno e se lo incontrassi, l’organismo produrrebbe anticorpi per combatterlo. Il fatto che uno abbia anticorpi bassi non significa che non sia protetto, tuttavia un richiamo è un rafforzativo e dovrebbe garantire una risposta migliore».

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