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Diagnosi sbagliata, Asl condannata a pagare 664mila euro alla famiglia

Nel 2011 un 67enne arrivò al pronto soccorso con un’angina e fu dimesso. Dopo 15 giorni ebbe un infarto e rimase invalido

LIVORNO. Enrico Luigi Motta era un pensionato dell’indotto Agip Plas. «Era uno sportivo: sciava, scalava, giocava a tennis», ricordano le figlie Eleonora e Isabella. Il 2 agosto del 2011, all’età di 67 anni, accusò un forte dolore al petto. Il medico di famiglia lo inviò immediatamente al pronto soccorso, da dove venne dimesso nella stessa giornata con un codice verde e la diagnosi di toracoalgia.

Due settimane dopo, quel dolore tornò: era un infarto. Motta fu trasportato d’urgenza in ospedale, fu salvato, ma rimase in coma un mese. Quando uscì da viale Alfieri era invalido al cento per cento, costretto a vivere il resto dei suoi giorni su una carrozzina, con un pannolone, a mangiare solo cibi frullati e omogenizzati, incapace anche di parlare. È morto un anno fa, il 24 ottobre 2020.


Ora l’Asl dovrà risarcire la sua famiglia con 664.721 euro (oltre agli interessi). Lo ha stabilito il tribunale di Livorno al termine della causa civile intentata nel 2018 dalla moglie Maria Giovanna Mannucci, ex dipendente della stessa Asl e dalle figlie Eleonora e Isabella, tutte e tre difese dall’avvocato Massimo Manfredini.

Il giudice Carlo Cardi ha infatti dichiarato la responsabilità esclusiva dell’azienda sanitaria per le lesioni subite dal pensionato, motivando la sentenza con la «non adeguatezza del trattamento medico» cui Motta venne sottoposto nel pronto soccorso livornese, evidenziata dalla relazione dei consulenti tecnici nominati nel corso dell’istruttoria, i professori Luigi Papi e Mario Marzilli, specialisti in medicina legale e cardiologia e docenti all’università di Pisa.

IL PRIMO MALORE

«Mio marito aveva dolore al petto da una quindicina di giorni, quando una mattina iniziò a sudare freddo e sentire male anche al braccio. Lo accompagnai dal nostro medico che in quel periodo era sostituito dal dottor Matteo Brunu. Lui lo visitò e ci disse di andare immediatamente al pronto soccorso. Sulla ricetta scrisse “sospetta angina”», ricorda la moglie. Era martedì 2 agosto del 2011.

Come si legge nella sentenza, in pronto soccorso Motta venne visitato alle 16.33 dopo i prelievi di sangue e l’elettrocardiogramma, che risultarono nella norma. Alle 17.11 fu dimesso. Gli venne programmato un test ergometrico per il 2 settembre, esattamente un mese dopo. E gli fu consigliata un’ecografia addominale. La prognosi con cui fu dimesso fu di un giorno. La diagnosi “toracoalgia”.

L’ARRESTO CARDIACO

Due settimane dopo, giovedì 18 agosto, il pensionato ebbe un nuovo malore. «Era sera, Enrico era uscito con il cane. Tornò dopo poco. Sentiva un dolore fortissimo. Stavolta non ce la faccio, mi disse», racconta ancora la moglie Maria Giovanna. «Cadde sul letto. Io chiamai un’ambulanza e gli feci un massaggio cardiaco guidata dall’infermiere del 118, in attesa dei soccorsi. Arrivarono, lo defibrillarono due volte, gli dettero l’adrenalina».

Alle 23.30 Motta fu ricoverato in Rianimazione, poi trasferito all’Utic dove venne sottoposto a coronografia da cui fu rilevata una stenosi subcritica della coronaria discendente anteriore. Uscito dalla sala emodinamica fu intubato rimanendo in ventilazione assistita per 8 giorni. Fu salvato, poi iniziò la riabilitazione. Ma subì danni irreversibili, una compromissione delle varie funzionalità neurologiche, che si è portato dietro per la vita.

GLI ERRORI

I consulenti (e il tribunale) niente hanno avuto da rilevare sul secondo accesso all’ospedale. Ma i fari si sono accesi sul primo malore, quello del 2 agosto: una gestione diversa di quella situazione avrebbe potuto evitare la tragedia del 18 agosto. Due le mancanze dei medici del pronto soccorso evidenziate dal giudice: la non completezza degli accertamenti diagnostici e soprattutto l’omissione di qualunque prescrizione farmacologica al momento delle dimissioni.

«L’analisi della condotta dei sanitari del pronto soccorso porta ad evidenziare carenze assistenziali sia sotto il profilo diagnostico che sotto quello terapeutico profilattico», scrive Cardi nella sua sentenza. «I dati emersi dalla storia clinica del paziente comunicata in occasione dell’accesso in triage e della visita medica portano a ritenere che il 2 agosto ci si trovasse di fronte ad una crisi anginosa di natura vasospastica – continua il giudice citando i consulenti –. Non esistono caratteristiche sintomatologiche che rendano possibile a priori distinguere una coronopatia ostruttiva da una non ostruttiva… In ogni caso l’inquadramento diagnostico del paziente doveva tenere conto delle indicazioni suggerite dalle linee guida sul dolore toracico, che sono finalizzate non solo ad accertare la diagnosi di un eventuale evento cardiaco ischemico, ma anche a discriminare rispetto a possibili altre cause del dolore toracico, tra cui alcune ad alta mortalità quali la dissecazione aortica o l’embolia polmonare».

Secondo i professori Marzilli e Papi «si sarebbe dovuto comunque procedere ad una seconda rilevazione della troponina e anche se in tale contesto non era indicato l’immediato ricovero ospedaliero, era opportuno optare per un rinvio a breve degli opportuni approfondimenti diagnostici, prescritti invece ad un mese di distanza».

Non solo. «Va rilevato inoltre – scrivono i consulenti – che la dimissione del paziente con invio al curante non è stata accompagnata dalla indicazione di alcuna formulazione diagnostica, posto che la dicitura “toracoalgia” utilizzata nella fattispecie non è relativa a un definito processo morboso, bensì al sintomo che ha determinato la necessità di rivolgersi al pronto soccorso. Non è accettabile – si legge ancora – che un paziente con storia clinica tipica venga dimesso da una struttura ospedaliera con diagnosi di toracoalgia, termine che non è riferibile a una diagnosi ma ad un sintomo».

I FARMACI NON DATI

Poi c’è la questione dell’omessa prescrizione farmacologica al momento delle dimissioni. «L’invio del paziente al curante doveva associarsi alla prescrizione di una terapia farmacologica volta a prevenire futuri eventi ischemici, basata sulla somministrazione di calcio-antagonisti e nitroderivati – scrivono i consulenti –. In particolare i farmaci calcio-antagonisti sono la categoria di farmaci più comunemente usata nei pazienti che presentino angina su base vasospastica, poiché consentono di prevenire gli eventi legati allo spasmo coronarico. Ma si sono altresì dimostrati in grado di ridurre il numero di complicanze ischemiche e aritmiche, dimostrando anche una miglior sopravvivenza nei pazienti trattati».

Secondo i consulenti insomma «l’omessa prescrizione terapeutica ha privato il paziente di qualunque presidio farmacologico protettivo verso un eventuale ulteriore evento ischemico, che con buona probabilità si sarebbe potuto evitare con la adeguata profilassi farmacologica».

In sostanza «la mancata formulazione di una diagnosi ha portato alla mancata prescrizione di una terapia anti-ischemica». E dato che «l’arresto cardiocircolatorio del 18 agosto è stato preceduto da una chiara sintomatologia ischermica, è verosimile che una adeguata terapia anti-anginosa adeguata potesse prevenire ulteriori episodi ischemici e conseguentemente la complicanza aritmica».

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