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Il delitto "Cacciavite" nel 2002, ma anche usura ed estorsioni: undici arresti

Parte dei soldi e degli orologi sequestrati dai carabinieri e dalla guardia di finanza

Strozzinaggio per decine di migliaia di euro a tassi raddoppiati e per ottenere i soldi bisognava presentarsi al “Compro oro”

LIVORNO. Dal delitto di Alfredo Chimenti, risolto dopo 19 anni, al giro di usura ed estorsione che attanagliava la città. Con una donna rimasta in balìa degli strozzini per 15 anni – accumulando debiti per oltre 50mila euro – e un professionista che, non riuscendo a saldare quanto dovuto a un negoziante, è stato picchiato a sangue a casa di un amico da un uomo assoldato proprio dal commerciante. È un quadro inquietante quello scoperto dai carabinieri del nucleo investigativo di Livorno, guidato dal maggiore Michele Morelli, e dai colleghi della guardia di finanza di Pisa, coordinati dalla procura labronica in un’inchiesta, partita per omicidio, che si è poi allargata a dismisura coinvolgendo dodici persone, undici delle quali arrestate e una indagata. «Circa 15» – spiegano gli inquirenti – gli episodi documentati fra usura ed estorsioni, per un giro d’affari da decine di migliaia di euro, con l’inchiesta che prosegue.

L’OMICIDIO


Il giallo risolto – dai sospetti nati dopo alcune intercettazioni è seguita la confessione del settantaduenne Riccardo Del Vivo, l’uomo che ha sparato uccidendo “Cacciavite” nel 2002 e che ora si trova ai domiciliari – ha portato in carcere il cinquantenne Gionata Lonzi, che gli avrebbe procurato la pistola, e il portuale di 54 anni Massimo Antonini, alla guida dello scooter per accompagnare in piazza Mazzini colui che oggi, da collaboratore di giustizia, ha posto la parola fine al mistero. Consentendo, agli inquirenti, di allargare le indagini anche all’usura e alle estorsioni, mettendo gli occhi sulla famiglia Lonzi.

IL GIRO DI USURA

È tutta la famiglia Lonzi, e non solo Gionata, che fra il 2017 e il 2018 avrebbe prestato soldi a chi ne aveva bisogno a tassi raddoppiati. Per questo, ai domiciliari con il braccialetto elettronico, sono finiti il padre Giuliano Lonzi (72 anni), la moglie sessantottenne Bruna Martini (si occupava della contabilità con un apposito libretto) e uno dei fornitori dei preziosi, soprannominato “L’orefice”, il settantunenne Valter Giglioli, residente a Livorno e originario di Empoli, in provincia di Firenze. Quest’ultimo, pur non essendo un commerciante, attraverso le sue conoscenze – secondo l’accusa – riusciva comunque a reperire orologi e gioielli di valore. Loro tre sono indagati anche per associazione per delinquere finalizzata all’usura. Perché il modo con cui la famiglia Lonzi e Giglioli avrebbero agito era molto originale e passava attraverso l’oro: la cessione di gioielli a debito – con un prezzo fra i 45 e i 60 euro al grammo – con l’obbligo, per chi li riceveva, di consegnarli in un “Compro oro” di via Garibaldi per incassare la somma di cui aveva necessità, pari però a 22-24 euro al grammo, molto meno dell’importo da saldare allo “strozzino”. Nella fattispecie, il negozio, era quello dell’imprenditore Stefano Bendinelli, 67 anni e anch’egli da ieri mattina ai domiciliari con il braccialetto elettronico, al quale Giuliano Lonzi subito dopo la consegna rimborsava i soldi a un prezzo intermedio, 30-35 euro al grammo per garantirgli un buon guadagno, per poi iniziare a incassare l’importo a rate dai debitori, fino a mille euro al mese per erodere l’ammontare e 150 euro di interessi alla settimana. Bendinelli, insieme a Giglioli, viene ritenuto dalla procura il fornitore abituale dei gioielli.

VIOLENZA ED ESTORSIONI

Ma la rete dei collegamenti ricostruita da carabinieri e finanzieri non finisce qui. Perché nell’inchiesta, grazie alle intercettazioni, entra anche un altro protagonista. Si chiama Andrea Polinti, ha 54 anni e da ieri mattina è nel carcere di Pisa, visto che i carabinieri lo hanno arrestato lì, dove da anni da Livorno si è trasferito. È senz’altro il personaggio più violento, visto che gli imprenditori si rivolgerebbero a lui per recuperare i crediti che, da soli, non riescono a incassare. È il caso del cinquantaseienne Romualdo Monti, proprietario del negozio Print & Paint service di via Ferrigni, ai domiciliari col braccialetto elettronico, come la compagna di Polinti, Manuela Scroppo, accusata insieme al convivente di detenzione illegale di armi.In base a quanto documentato dai militari, Polinti avrebbe picchiato a sangue due presunti debitori di Monti (minacciandoli in un caso pure con coltello e pistola, con un colpo partito e finito nel muro) mentre – in questo caso con l’albanese residente a Cascina Olsi Beshiri, ora in carcere a Pisa per estorsione – avrebbe picchiato pure un debitore di quest’ultimo, minacciandolo con un’arma da fuoco. «Te sei da ammazzare, mi dicesti “Passo dopo dieci minuti”, vaff***ulo dieci minuti, sono passati cinque giorni». Avvertimenti telefonici, che spesso, erano il preludio alle botte. Pestaggi veri e propri, di una violenza inaudita secondo la procura. «Gli vedevo le membrane – si è vantato Polinti dopo uno dei vari pestaggi – era insanguinato e avrà consumato sette-otto asciugamani».

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