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«Così abbiamo ucciso “Cacciavite”». Ecco la confessione choc del pentito

Alfredo “Cacciavite” Chimenti, ucciso a 47 anni con diversi colpi di pistola all’alba del 30 giugno 2002 in piazza Mazzin, il revolver calibro 38 trovato nel Fosso Reale e considerata l’arma del delitto e i tre i segni dei colpi di pistola esplosi in piazza Mazzini il giorno del delitto

Davanti al pubblico ministero Riccardo Del Vivo racconta la notte dell’omicidio: «Volevamo dargli una lezione»

LIVORNO. «Com’è arrivato in piazza Mazzini e ha passato il suo motorino io sono andato contro “Cacciavite” e gli ho sparato due colpi. Lui, invece, si è impaurito e non è scappato. Si è messo dietro le macchine». È il 24 gennaio scorso, sono passati quasi diciannove anni dall’omicidio di Alfredo Chimenti, ucciso all’alba del 30 giugno 2002.

Riccardo Del Vivo, oggi 72 anni, considerato il principe della malavita livornese, per lungo tempo «riferimento della’ndrangheta in città», parla davanti al pubblico ministero Ettore Squillace Greco. Lo fa da collaboratore di giustizia dopo essersi pentito – siamo nel 2017 – in seguito all’arresto dei carabinieri per narcotraffico: faceva da basista per la droga che arrivava al porto di Livorno dal Sudamerica.


Davanti al magistrato racconta quella notte lunga più di un lustro, spiega chi era con lui, cosa accadde nei giorni precedenti. Come si procurò l’arma. Soprattutto svela l’ambiente in cui è nato il delitto: il mondo delle bische clandestine a Livorno che in quegli anni era fiorente. In particolare la “Garuffa” di cui la vittima era socio, e lo “Sporting Club”, aperto pochi mesi prima del delitto. E svela il movente di quella che doveva essere una lezione e che si è trasformata in un omicidio: una lunga serie di condotte sgradite all’ambiente criminale da parte di Chimenti. «Cacciavite – racconta Del Vivo – non era molto simpatico, era un prepotente». La sua condanna a morte la vittima la firmò qualche giorno prima «opponendosi – si legge negli atti – all’assunzione al circolo la “Garuffa” di Massimo Tonarini, soggetto vicino alla batteria di Del Vivo che attraverso il pagamento (la cosiddetta cagnotta) di una cifra compresa tra i 1. 500 e i 2. 000 euro al mese garantivano la protezione alle bische».

Il piano per dare «una lezione a Chimenti» – prosegue Del Vivo – è nato durante un pranzo, a casa di un amico a Nibbiaia, al quale parteciparono, oltre a Del Vivo, «Alberto Tonarini, Massimo Antonini, Macrcello Degli Innocenti, Gionata Lonzi e Valdemaro Ricci».

Di quel giorno il settantaduenne spiega: «C’erano anche le famiglie, c’era la mia mamma e c’erano tutte. Saremmo stati una trentina di persone. Uscì fuori che Tonarini gli voleva sparare alle gambe. Poi aggiunse: “Leviamolo di mezzo, non nel senso di ammazzarlo, leviamolo dai circoli”. Tra l’altro Tonarini gli aveva già fatto anche la punta (a Chimenti ndr) diverse volte con un ragazzo alto, che poi sono andati lì ma non hanno concluso niente perché in piazza Mazzini c’erano le baracchine. E mi ricordo Marcello disse: “Prendiamolo e diamogli una fraccata di botte”».

Del Vivo entra in scena perché «Tonarini – scrive il giudice – era malato e poco affidabile». Così il piano per «gambizzare» Cacciavite cambia in corsa.

«Ero io – racconta – che decideva. Quelli dei circoli dicevano: “Lascia perdere perché succede un casino e ci chiudono tutti”. E in effetti poi hanno chiuso tutti». È così che Del Vivo ricorda come si è procurato l’arma e fatto accompagnare in piazza Mazzini. «La mia pistola me l’avevano rubata, da sotto casa qualcuno del palazzo aveva visto dove l’avevo messa in un contenitore e la tenevo sotterrata e me l’ha presa. Allora chiesi a Gionata Lonzi di recuperarmi un’arma. Lui conosceva romeni, zingari. Insomma me la recuperò, la presi e la misi dentro gli armadietti del porto. L’ho tenuta così per tre o quattro giorni».

La sera del 30 giugno l’agguato. «La sera quando abbiamo smontato dal porto disse a Massimo (Antonini): “Vieni con me vai che si va a fa danno, si va a far paura a Chimenti”. Ho preso il mio motorino, Massimo il suo e lo abbiamo messo sempre in piazza Mazzini. Siamo andati verso le tre e mezzo di notte. Sono passato prima da dove c’è la bisca, lui c’aveva ancora il motorino lì, poi verso le quattro, quattro e mezzo quando è uscito l’ho aspettato. Lui si è fermato alla statua. Ero convinto scappasse dalla parte dove c’erano le macchine era coperto. Massimo si è messo lì alla statua: “Come lo vedi passare, vieni e mi porti via subito”. In Borgo Cappuccini c’è un bar e avevamo lasciato lì gli scooter. E niente com’è arrivato ha passato il suo motorino, io gli sono andato contro e ho sparato due colpi». Poi la fuga, lunga diciannove anni.

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