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Ucciso sotto casa a colpi di pistola nel 2002, dopo 19 anni tre arresti per l'omicidio di "Cacciavite" - I nomi

Livorno: svolta nell'inchiesta. Decisive le dichiarazioni di un pentito che ha ricostruito genesi e movente del delitto. Scoperto anche un giro di usura: 11 misure cautelari eseguite da carabinieri e finanza

LIVORNO. Dopo diciannove anni c’è una svolta nel delitto di Alfredo Chimenti, detto “Cacciavite”, ucciso sotto casa con quattro colpi di pistola all’alba del 30 giugno 2002 in piazza Mazzini. Aveva 47 anni. I carabinieri del nucleo investigativo hanno eseguito all’alba di lunedì 13 settembre tre arresti, due in carcere e uno ai domiciliari, nei confronti di altrettanti livornesi accusati di omicidio premeditato in concorso.

Si tratta di Riccardo Del Vivo, 72 anni, esecutore materiale del delitto, Massimo Antonini, 64, che quel giorno avrebbe accompagnato Del Vivo in scooter in piazza Mazzini e con lui avrebbe atteso l’arrivo della vittima, e Gionata Lonzi, 51, che avrebbe procurato al killer la pistola, un revolver calibro 38.

Decisive nella ricostruzione dell’agguato le dichiarazioni dello stesso Del Vivo, già in passato sospetto di essere il responsabile dell’agguata. E’ stato lui, oggi pentito e sotto protezione, a raccontare agli investigatori genesi e movente del delitto. Spiegando come quella notte il piano era di dare una lezione a Cacciavite nell’ambito di una rivalità tra circoli dove si giocava d’azzardo, la Garuffa, che Chimenti gestiva con alcuni soci, e lo Sporting Club, di cui era socio anche Lonzi, quest'ultimo usufruiva della “protezione” della cosiddetta “batteria”: un potente e temibile gruppo criminale ritenuto in rapporti con esponenti del terrorismo di estrema destra, appartenenti a sodalizi di stampo mafioso e ad altri soggetti criminali di varia estrazione.

Alfredo Chimenti, come si legge nell’ordinanza del gip, era diventato un soggetto non gradito alla “batteria” per i suoi comportamenti prepotenti inale. Da ultimo l’opposizione del Chimenti all’assunzione presso il circolo “La Garuffa” di un personaggio vicino alla “batteria”. Non solo, Cacciavite con i suoi comportamenti dimostrava di non aver timore dei rivali erodendone il prestigio criminale. Da qui la decisione di “levarlo di mezzo”. Le ulteriori indagini sugli ambienti delinquenziali livornesi, che la Procura di Livorno ha riattivato proseguendo l’attività della Dda di Firenze, e condotte dai Carabinieri con il determinante contributo del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Pisa, hanno portato a ritenere esistente una associazione per delinquere, finalizzata all’usura ai danni di persone in gravi difficoltà economiche, nonché altri gravi reati come estorsioni in danno di esercenti attività commerciali. Originali le modalità con le quali si sarebbe concretizzata l’usura. Il “contratto” prevedeva che le vittime acquistassero dall’usuraio monili in oro ad un prezzo notevolmente più alto dell’effettivo valore (circa il doppio ed a volte anche il triplo), rivendendoli al loro prezzo corrente a compro-oro compiacenti.

Le vittime, in tal modo, ottenevano dagli stessi compro-oro l’immediata liquidità di cui avevano bisogno, ma rimanevano debitori nei confronti dell’usuraio di una cifra pari a quasi il doppio di quella ricevuta. Secondo la ricostruzione degli inquirenti le vittime maturavano anche interessi passivi da corrispondere unitamente alla quota-capitale, allo stato quantificati in 150 euro a settimana. Le scadenze imposte dagli “strozzini” erano settimanali, quindicinali o mensili, indicate in gergo dagli indagati come “settimane” e “mesate”. Paradigmatico il “contratto” con una delle vittime, che – per far fronte ad impellenti bisogni di liquidità – in poco tempo avrebbe maturato complessivamente un debito di circa 48 mila euro.

La vittima avrebbe corrisposto 1.000 euro al mese, in due tranche pagate ogni 15 giorni, e 150 euro a settimana a titolo di interessi, per un totale di 1.600 euro mensili. Parallelamente le indagini si sono sviluppate nei confronti di altri soggetti, che sarebbero noti negli ambienti della malavita livornese come violenti picchiatori, accusati di essere dediti alle estorsioni nei confronti di debitori di somme di denaro asseritamente pretese. Anche per tali fatti il GIP livornese, ha condiviso la ricostruzione proposta dalla Procura ed ha accolto la richiesta disponendo l’arresto degli indagati. Nel corso delle investigazioni sono stati documentati alcuni episodi particolarmente cruenti. Tra questi quello del marzo 2018 quando, il giorno dopo che uno degli indagati aveva parlato di “schiacciare la testa”, la vittima dell’estorsione, minacciata con un coltello ed un’arma da sparo, veniva sottoposta ad un sanguinoso pestaggio.  Otto le misure cautelari eseguite in questa seconda tranche dell’inchiesta, di cui due in carcere e sette ai domiciliari.