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Ossa ritrovate sul Romito, la sorella di Zeb: «Ho pensato a lui, per noi vorrebbe dire uscire dal limbo»

David Fedi, in arte Zeb, scomparso il 18 maggio 2008

Eva Fedi racconta l’odissea cominciata il 18 maggio 2008 quando l'artista è stato visto per l'ultima volta. «Mio fratello non si sentiva apprezzato come artista»

LIVORNO. Quando ha letto del ritrovamento di alcuni resti umani nel mare davanti a Castel Boccale, Eva Fedi, 59 anni, sorella maggiore di David, in arte Zeb, arista scomparso il 16 maggio 2008, ha subito pensato che potessero essere del fratello. «L’ho detto anche a mamma – ripete – per ritrovarlo hanno aspettato che andassimo a Firenze». Dopo tredici anni, per la famiglia Fedi, è la prima volta che si accende una luce «in fondo al limbo» in cui vivono.



Senta siete stati contatti dalle forze dell’ordine?

«Per adesso non si è fatto sentire nessuno. Ma penso che ci chiameranno. Anche perché se vogliono comparare il Dna dei resti per vedere se sono di David dovranno farlo con il mio o di mia madre».

Che idea si è fatta? Pensa che possa essere suo fratello?

«Può essere. Certo, il fatto che sia arrivato al Boccale significherebbe che ha fatto molta strada. Ma in tredici anni tutto può succedere».

Tredici anni, appunto. Sono molti. Sua madre ha sempre detto che per lei era vivo.

«Non ci siamo mai arrese, è vero. Anche perché finché non ci faranno vedere un cadavere per noi mio fratello è vivo. Penso o spero che se non si è mai fatto sentire significa che sta bene dove sta. Eppure in così tanto tempo le occasioni di tornare o di mandarci un messaggio le ha avute. Invece niente. Ecco perché non escludo anche l’ipotesi peggiore, che sia morto e non possa tornare».

Ricorda il giorno in cui se n’è andato?

«Io non c’ero. L’ultima che l’ha visto vivo è stata mia mamma. È passato da casa sua per fare due chiacchiere. Lei racconta sempre che David le disse: “Potrebbe essere l’ultima volta che mi vedi”. Ma certe battute un po’ pensati le faceva e non gli davamo peso».

E poi che è successo?

«Mamma lo chiamava e lui non rispondeva. Andò a casa sua, a Montescudaio, e nell’appartamento c’erano il cellulare e tutti i documenti. Qualche giorno dopo trovarono la macchina abbandonata sotto al ponte di Calignaia. Credo che mamma da quel giorno abbia dei rimpianti. Magari si domanda dove ha sbagliato, se poteva fare qualcosa. E questo non è giusto».

Il primo pensiero quale fu?

«Che avesse voluto farsi un po’ di pubblicità, un colpo di scena per far parlare di sé. E soprattutto che sarebbe tornato ai primi freddi».

Poi sono passati i mesi, addirittura gli anni?

«Infatti ho pensato che se ne fosse andato per davvero».

E adesso cosa si augura?

«Se quei resti fossero di David per noi vorrebbe dire mettere un punto. Una fine. E avere una tomba su cui piangere. Sa cosa vuol dire vivere in un limbo perenne? Ecco, noi lo facciamo dal quel giorno. A volte domando a mamma: “Facciamo la dichiarazione di morte presunta?”. Poi penso che sia una cosa brutta da fare perché uno muore se trovi il cadavere».

Non siete gli unici a non aver dimenticato Zeb. Mostre, ricordi, libri. David è sempre qui.

«È vero. Ma è successo quando è scomparso. Quando mio fratello c’era e faceva le mostre per vendere i quadri non era così apprezzato. Era quello che scriveva sui muri. Invece era un ottimo artista, faceva opere di livello. Ma affermarsi è stato difficile. Non si sentiva apprezzato. Voleva andare oltre le scritte. E di questo ne soffriva. Anche perché non aveva un carattere facile. Anche per questo spesso litigavamo».

Quando ha capito il talento di suo fratello?

«Eravamo piccoli, sarà stata la metà degli anni Settanta. La Coin, a Livorno, aveva appena aperto. E ai bambini che entravano davano un foglio per fare un disegno che poi doveva essere riconsegnato. David e io partecipammo senza sapere che fosse un concorso. Qualche tempo dopo chiamarono nostra madre per andare alla premiazione, al cinema Moderno. Lì scoprimmo che aveva vinto. Ricordo ancora il disegno: una casina bellissima che era un inno alla gioia».

Cosa le ha lasciato oltre a quel disegno?

«Un po’ di incazzatura per non averci detto nulla. Per averci lasciate così. Ed essersi perso tante cose: vedere crescere le nipoti, la nascita dei loro figli. Il primo è venuto al mondo quando lui già era scomparso da quattro anni».

E poi?

«La consapevolezza che avesse molto talento. Che vivesse nel futuro. E sia stato un precursore dell’arte di strada: guardate adesso quanti murales fanno a Livorno».

In uno c’è anche suo fratello...

«Vederlo accanto a Ciampi e Modigliani è stata un’emozione. Mi immagino cosa avrebbe detto: “Boia, tanta roba”».

E a lei cosa manca di suo fratello?

«Le cose che facevamo insieme. I giochi di ruolo e da tavolo, guardare i film. Pensi che “Il Signore degli anelli” lo abbiamo visto sempre insieme. Manca l’ultimo episodio. Quello l’ho dovuto vedere da sola».

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